Arirang (2011)

05/03/2012 by Giulio
2011, Corea del Sud, Documentario, Drammatico, Festival di Cannes, Film Asiatici, Recensioni divider image
Arirang (2011)

Nel 2008, durante la lavorazione di “Dream” l’attrice Lee Na-yeong rischiò la vita per un errore di disattenzione nelle riprese di una scena di suicidio per impiccagione. A seguito di questo incidente il regista Kim Ki-duk sprofondò in una lunga crisi depressiva e smise per un certo periodo di fare film. Il risultato di questo volontario esilio dal mondo è stata una lunghissima auto-analisi volta alla ricerca di una qualche redenzione e costellata da crisi e dubbi costanti riguardo al senso e al ruolo dell’arte. La terribile consapevolezza di aver messo seriamente in pericolo una vita umana nel realizzare un’opera d’arte aveva completamente sconvolto il regista, conscio di aver anteposto egoisticamente un proprio desiderio di carattere estetico alla vita di qualcuno. Improvvisamente il regista di successo, invitato ai festival di tutto il mondo ed idolatrato da numerosissimi fan, dopo quell’unico (ma macroscopico) atto irresponsabile, con questa fuga si era volontariamente allontanato di tale artificiosa “aura” di celebrità. Arirang è sin dall’inizio idealmente in antitesi con la precedente filmografia del regista e soprattutto con lo stile caratteristico con cui era diventato famoso. Questa nuova opera, che prende il nome dalla struggente e famosa canzone tradizionale coreana presentata dallo stesso Kim Ki-duk, è al di fuori di qualsiasi categoria chiaramente definibile: un’autobiografia, un documentario, un saggio per immagini, un’intervista e una terapia filmata. Kim annulla la propria immagine, si presenta dinanzi agli spettatori senza nessun filtro o artificio cinematografico che non sia il montaggio, si mette a nudo per cercare di espiare la propria colpa e capire gradualmente le ragioni della crisi. In una baracca situata in una zona imprecisata della Corea del Sud, posto davanti all’occhio-giudice di una piccola telecamera non professionale, il regista svolge azioni quotidiane e improvvisa monologhi che per tre anni registra e seleziona. La ricerca di una nuova purezza, di concretezza e di una vita “normale” lontana dagli ambienti irreali dei set poco a poco si risolve da parte di Kim in una revisione teorica della propria poetica e delle proprie idee riguardo all’arte. Sperimentando realmente e a fondo questo eterno contrasto “otium/negotium” Kim riesce a trovare il giusto equilibrio tra questi due concetti superficialmente opposti, giungendo ad una maggiore maturità artistica ed intellettuale. Emblematica riguardo a questa crescita personale è la sequenza dove il regista ricorda alcune sue vecchie pellicole e, nel rivedere “Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera” (2003) si commuove sino al pianto. La scena mostrata agli spettatori è quella, celeberrima, in cui il protagonista trascina con fatica una pesante pietra sin sulla cima di una montagna, con l’intenzione di purificarsi e di cominciare con serenità una nuova vita. Il brano che accompagna tale scena e il cui ascolto colpisce profondamente Kim è “Jeongseon Arirang”, il parallelismo tra il film del 2003 e la realtà diviene impressionante. E come in “Primavera…”, dopo la cauta rovinosa Kim ha fortunatamente trovato la forza necessaria a rialzarsi e a tornare, ormai cambiato, al cinema. Uccidendo metaforicamente le proprie ossessioni negative in una sequenza conclusiva tanto semplice quanto efficacie, Kim pare aver ottenuto finalmente la catarsi che tanto aveva cercato.

  • Festival di Cannes del 2011: premio Un Certain Regard

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