Bianca come il latte, rossa come il sangue (2013)

06/02/2015 by Roberto Matteucci
2013, Drammatico, Film Europei, Italia, Recensioni divider image
Bianca come il latte, rossa come il sangue (2013)

“L’amore è rosso.”

Negli anni trenta dello scorso secolo, Paul Nizan malediceva i suoi venti anni e nessuno poteva contraddirlo; per gli adolescenti di una scuola di Torino nel 2000 la vita non è migliorata.

Giacomo Campiotti è un abile narratore del mondo giovane in Bianca come il latte, rossa come il sangue. Il cinema italiano langue in un oceano di snobismo e vanità. Alcune limitate voci cercano di uscire dal circolo esoterico e nepotistico della cultura italiana. Le poche eccezioni hanno una derisione totale da parte della setta totalitaria culturale italiana. Importante è resistere. Giacomo Campiotti è un artigiano della cinematografia, ha lavorato molto per la televisione. Il film non è espressione profonda ma è un prodotto artigianale, semplice, chiaro e soprattutto senza corruzione morale.

Leo ha sedici anni, è un ragazzo normale, frequenta un liceo di Torino. È l’età dell’apprendimento del mondo circostante. La famiglia, gli amici sono importanti, però esiste altro, un sentimento travolgente: l’amore. Beatrice è una ragazza bellissima, esotica, anticonformista, particolare. Leo è completamente folle di lei. Questo sentimento non gli consente di comprendere la vita più semplice intorno a lui.
Beatrice però è malata, tanto. La forza di volontà con cui affronta la malattia coinvolgerà Leo; insieme saranno costretti a rendersi conto dei valori dell’esistenza e la forza di affrontare la morte. La storia è raccontata dalla voce fuori campo di Leo, con un montaggio veloce, tanti primi piani. Una fonte d’ispirazione è l’ironia: il duello con Beatrice, le facce deformate da smorfie. In realtà la camera gira e batte rapida come il cuore di un adolescente cotto: “Secondo me è innamorato. Si fa la doccia tutti i giorni.” Come tutti gli adolescenti, nella storia ci sono tanti sogni, perché sognare è la base della gioventù. Leo immagina Beatrice come se fosse Dante. Il sogno appare durante la scena dei ragazzi al cinema. Il cinema è sogno e Leo è
inquadrato dal basso mentre la luce gli illumina capelli e la gioia traspare come in una visione onirica. Ma la parte diversa nella storia è la presenza di Dio. Mentre il  tema è tassativamente escluso dalle commedie giovanili alla Moccia, Capriotti ne parla con orgoglio e ironia: “Dio non esiste perché con il t9 si scrive fin.”

Il problema della spiritualità, Leo l’ha tenuto segregato. È un po’ imbranato, goffo, rompe gli oggetti involontariamente. Un professore lo aiuta insegnandogli a comprendere la rabbia e a gestire i sentimenti. Ha un’esigenza di crescere rapidamente perché gli avvenimenti intorno si stanno trasformando e ha necessità di convivere con il dolore e la malattia. Nella scena dell’ospedale, dietro le porte, nei dialoghi percepiti comprendere quanta sofferenza ci sia nella vita: “Mi è venuta nostalgia di Dio.” Il cambiamento di Leo è organizzato secondo una crescita monitorata dal regista con precisione. Lo svogliato Leo per amore si getterà sui libri e comincerà a studiare giorno e notte, fra lo stupore benevolo dei genitori. Per un giovane l’amore deve vincere, la speranza deve essere forte e presente. L’ha imparato grazie a una ragazza amata e malata, con lei ha compreso la superficialità di tante decisioni della vita e di come certi atteggiamenti vadano indirizzati verso una crescita umana e spirituale.

 

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