Cave of Forgotten Dreams (2010)

15/05/2012 by Giulio
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Cave of Forgotten Dreams (2010)

Lo spettatore che, isolato nel buio di una sala cinematografica, comincia a vedere il documentario di Werner Herzog ed entra assieme al regista e alla sua piccola troupe nella Grotta Chauvet in Francia scivolerà ben presto, in modo dolce ma inesorabile, in uno stato di calma estraneità dalla lineare scansione cronologica della propria realtà. Piani temporali si fondono, i dipinti rupestri presenti nella grotta e tracciati a migliaia di anni di distanza gli uni dagli altri paiono uniti senza soluzione di continuità in elaboratissime e concitate visioni di animali in corsa e in lotta.

Ottenuto in via eccezionale dal governo francese il permesso di girare all’interno della grotta Herzog ha così potuto riprendere parte delle oltre 500 figure risalenti a più di 32.000 anni fa, la cui osservazione diretta è permessa solamente a ristrettissimi gruppi di studiosi per brevi periodi di tempo ogni anno. La pellicola è stata presentata fuori concorso al Festival di Berlino del 2011, la stessa edizione che ha ospitato la prima di Pina del connazionale Wim Wenders. Se naturalmente i due documentari trattano soggetti diversi essi sono accomunati dallo stesso uso ragionato/autoriale della tecnologia 3D. Le immagini tridimensionali non servono in questi casi unicamente ad amplificare il divertimento e lo spirito ludico degli spettatori, ma nascono dal desiderio di Herzog e Wenders di rendere chiunque il più possibile partecipe di un’esperienza percettiva unica e difficilmente sperimentabile nella realtà. Sia che si tratti di salire in palcoscenico con gli allievi di Pina Bausch sia che si debba scendere nelle profondità della terra antichissimi disegni su roccia, il 3D riesce ad avvicinarsi come non mai alla realtà. Dando vita ai dipinti e plasticità ai fotogrammi Herzog dimostra l’esistenza di una “seconda via” del cinema in tre dimensioni, un suo uso ragionato e legato ad un vero progetto poetico (nella linea del 3D “d’autore” è da includere anche il meraviglioso I colori della Passione (qui la recensione) di Lech Majewski).

Le inquadrature ravvicinate dei dipinti, i sinuosi movimenti di macchina ed il montaggio accuratamente studiato generano una sinfonia ipnotica di figure che sembrano muoversi e respirare come se fossero in vita. Complici di questa magia anche – paradossalmente – le limitazioni imposte all’esigua troupe di Herzog prima del permesso di ripresa nella grotta: erano consentite solo poche luci portatili che non generassero calore per non danneggiare irreparabilmente i dipinti. Quasi per caso ecco ricreate e filmate le flebili e tremolanti luci delle torce che illuminavano le pareti della grotta migliaia di anni fa quando gli esseri umani vi si recavano probabilmente per svolgere rituali di carattere sacro. Le musiche arcane di Ernst Reijseger si sovrappongono del regista che rapporta costantemente passato e presente notando anche curiosi e rivelatori parallelismi tra le pitture in movimento “proto-futuriste” e il cinema. Alla fine tra misteriose figure, stalattiti, superfici sfaccettate e cupe rientranze pare proprio di trovarsi in un altro tempo.

Voto:

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