Noi credevamo (2010)

28/04/2012 by Roberto Colasante
2010, David di Donatello, Film Europei, Francia, Italia, Recensioni, Storico divider image
Noi credevamo (2010)

Trent’anni di storia italiana, i più convulsi e movimentati, dal 1828 al 1862, fanno da sfondo (e non solo) alle vicende narrate nell’ultimo film del regista napoletano Mario Martone. Un autore che, con le sue opere, ha rivoluzionato (è il caso di dirlo) il cinema italiano sin dai suoi esordi all’inizio degli anni novanta (Morte di un matematico napoletano, L’amore molesto).

Noi credevamo è una coraggiosa operazione di ricostruzione storica e cinematografica. Liberamente ispirata alle vicende storiche realmente accadute e al romanzo omonimo della scrittrice Anna Banti. Come tutti, o quasi, i film storici, si riferisce al presente. A suo modo rilegge la situazione politica italiana, contemporanea all’uscita in sala del film (2010), e quindi cos’è l’Italia e cosa è diventata proprio attraverso il collegamento diretto con il Risorgimento. Una sorta di origine dei mali che hanno scosso il paese negli ultimi decenni.

Un’indagine storica e sociologica attraverso i punti di vista dei tre protagonisti del film: i nobili, Domenico (Edoardo Natoli, poi Luigi Lo Cascio) e Angelo (Andrea Bosca, poi Valerio Binasco) e il popolano Salvatore (Luigi Pisani). Tre giovani uomini del Cilento, una delle tante aree del profondo sud martoriato dalle prepotenze delle guardie borboniche. La rabbia e l’odio, verso i regnanti delle Due Sicilie, diventano impegno politico e senso di appartenenza a una causa superiore, la nascente Giovine Italia di Giuseppe Mazzini (Toni Servillo).

Il film è diviso in quattro parti. Quattro capitoli che descrivono diversi momenti del Risorgimento italiano e dei suoi fautori, e le influenze e le ripercussioni che hanno sui tre protagonisti. Dal giuramento ai principi mazziniani fino all’alba dell’Unità.

Il primo capitolo, Le Scelte, delinea caratterialmente i tre amici. I tre volti della rivoluzione. Domenico, il più equilibrato dei tre, è la fratellanza, la coscienza critica degli ideali del Risorgimento. Angelo è l’azione violenta, lo spirito anarchico. Salvatore è il patriottismo puro, il legame vitale con la terra e le sue tradizioni. Tre giovani uomini estremamente diversi tra loro, ma accomunati dalla stessa ardente passione politica, che esplode dichiaratamente nel montaggio parallelo della sequenza del giuramento. Tra i tre gravita l’importante figura femminile (l’unica del film) di Cristina di Belgiojoso (Francesca Inaudi, poi Anna Bonaiuti), scrittrice e giornalista, esule a Parigi, determinante per la loro formazione politica.

Il secondo capitolo, Domenico, racconta gli anni di prigionia di Domenico all’interno del carcere irpino di Montefusco, dove la furia bestemmiatrice delle guardie borboniche contro la cultura e i libri, colpisce i detenuti più delle fucilazioni, che comunque non mancano. Di notte, in gran segreto, il luogo di reclusione diventa un salotto di discussione, un vero e proprio piccolo Parlamento, dove sono presenti varie fazioni di ribelli che sostengono le proprie idee, chi appoggia la monarchia, chi pretende che la monarchia sia italiana e chi sostiene solo l’idea di repubblica. Tra i carcerati, Domenico conosce il politico Carlo Poerio (Renato Carpentieri) e il nobile Sigismondo Castromediano (Andrea Renzi), con i quali stringe rapporti di amicizia e anima i segreti dibattiti dei rivoltosi in gabbia.

Il terzo capitolo, Angelo, ambientato tra Londra e Parigi, narra le vicende della preparazione e dell’attentato ai danni di Napoleone III°. Durante questo periodo, Angelo entra in contatto col politico Francesco Crispi (Luca Zingaretti), collabora con lo scrittore Felice Orsini (Guido Caprino) e si scontra col giornalista Antonio Gallenga (Luca Barbareschi).

Il quarto ed ultimo capitolo, L’alba della nazione, sposta vorticosamente gli eventi al 1862, l’anno successivo all’Unità d’Italia, tanto sognata e attesa. Domenico torna a casa in corriera, torna nel suo arido e ancor più abbandonato Cilento. Le cose sono cambiate. La recente annessione dei territori ha soltanto impoverito il vecchio Regno delle Due Sicilie. Domenico il repubblicano, ormai vecchio, si unisce a un gruppo armato, diretto in Aspromonte all’incontro con Giuseppe Garibaldi, che appare loro dopo un’imboscata dei bersaglieri, come una visione fantasmatica che rincuora gli animi delle camicie rosse.

L’essenza dello spirito rivoluzionario, incarnato nelle ultime scene nella figura di Garibaldi, è ciò che lega i quattro episodi. Oltre all’amore per la giovane patria che si sta formando, rispecchiata nei colori del film. Il verde degli uliveti cilentani e dell’olio contrabbandato, dei cactus, delle giacche dei mazziniani. Il bianco della neve, delle lenzuola, dei panni stesi, della nebbia, della pelle di Cristina, dei documenti segreti e dei pizzini carbonari. Il rosso del sangue, del fuoco, degli spari nella notte buia, delle camicie degli eroi garibaldini.

Noi credevamo non è assolutamente un’ulteriore opera distaccata e documentaristica in onore del centocinquantesimo anniversario del paese, stile “La storia siamo noi”, ma bensì un appassionato viaggio tra i veri protagonisti del Risorgimento, di cui poco abbiamo saputo dai libri di scuola, perché si sa che la storia la scrive chi ha il potere.  Quindi briganti dipinti come eroi romantici, piemontesi rappresentati come feroci occupanti, un Mazzini ieratico e troppo distaccato dalle vicende del popolo, un deus ex machina quasi invisibile, o probabilmente, coperto dal peso delle sue idee, un Crispi pragmatico e complottista, aspirante tiranno legato alla mafia.

Ciò che interessa al regista in questo film è sottolineare come già durante il Risorgimento c’erano alcuni nodi che non sono stati risolti, come lo scontro nord-sud, il rapporto tra intellettuali e aristocratici e il popolo, lo scontro violento tra repubblicani e monarchici, la forza di certe idee e di chi era disposto a morire per onorarle.

Noi credevamo. Forse crediamo ancora.

  • 7 David di Donatello 2011 (su 13 candidature): miglior film, migliore sceneggiatura, miglior direttore della fotografia, miglior scenografo, miglior costumista, miglior truccatore e miglior acconciatore
  • 1 Nastro d’argento 2011: Nastro dell’anno

Voto:

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