Diaz – Non pulire questo sangue (2012)

08/05/2012 by Dario Magnolo
2012, Drammatico, Film Europei, Francia, Italia, Recensioni, Romania divider image
Diaz - Non pulire questo sangue (2012)

Quanta violenza abbiamo visto al cinema. A volte è un facile espediente per suggestionare, altre volte no. Un titolo su tutti: Arancia meccanica. Nell’immortale capolavoro di Kubrick la cruda malvagità è mostrata per ragioni necessarie all’efficacia del film, che nel 1971 immaginava un futuro prossimo venturo. Come i protagonisti del film di cui si sta per parlare anche il drugo Alex, tra le sue disavventure, subiva le angherie dei suoi vecchi compagni diventati rappresentati della giustizia in divisa. L’impatto di alcune immagini e situazioni tanto forti e sconvolgenti esercita un effetto pregnante. Dal momento in cui le assimiliamo il ricordo visivo ed emotivo di alcune sequenze cinematografiche inaugura un vero e proprio soggiorno all’interno delle nostre menti, albergando a volte perennemente nella memoria come il miglior cinema (anche quello fantasioso o divertente) riesce a fare. La scena che ricostruisce come l’istituto Diaz quella notte divenne un mattatoio nel quale furono coinvolti tra le vittime innocenti anche giovani giornalisti, anziani esponenti della CGIL e uomini d’affari stranieri, rimane nella memoria e comincia il succitato soggiorno nelle menti degli spettatori prima ancora che il film finisca. E la forza impressionante della rappresentazione è data ancor più che dalle immagini dal sonoro: i tonfi devastanti dei manganelli che si abbattono in modo animalesco sui corpi arresi.  Ad infliggerli sono gli individui che dovrebbero vegliare sulla nostra sicurezza e questo scatena diversi sentimenti contrastanti ed avvilenti.  Mostrare tutta questa gratuita e barbara violenza è importante, lasciarla fuori campo probabilmente non riaprirebbe quella ferita dolorante e non ne fuoriuscirebbe la rabbia per una storia insabbiata tra le tante vergogne italiane.

Quel che rimane fuoricampo è l’uccisione di Carlo Giuliani, che nel racconto è un fatto già accaduto. Da qui il piano temporale del film è sconnesso e frastagliato come sono i ricordi umani, vi sono balzi avanti e indietro nell’arco di quel poco tempo mentre alcuni momenti si ripetono scanditi dal gesto del lancio di una bottiglia che volteggia nell’aria infrangendosi a terra e che pretestuosamente è utilizzata come evento scatenante e “giustificante” l’abuso di potere esercitato dallo Stato su quel centinaio di malcapitati. Nella prima parte sono presentati i personaggi che intrecceranno la loro terribile esperienza di quella notte tra cui il giornalista di Elio Germano. Egli non è più importante di Jennifer Ulrich che interpreta Alma, una ragazza straniera, tanto meno degli altri interpreti tra i quali quello disegnato da Claudio Santamaria, poliziotto dotato di coscienza. Nel caos a cui andiamo incontro non vi sono dunque veri protagonisti o “star”. Dopo diversi scambi di battute tra questi personaggi (alcune un po’ troppo scritte e poco spontanee a dire il vero) immerse nella colonna sonora che li commenta (non sempre all’altezza della situazione se pur dell’ottimo Teho Teardo) l’innaturalità di questa prima parte, quella più inventata, soccombe ad una seconda parte più realistica e riuscita, quella della ricostruzione dei fatti raccolti da testimonianze e atti giudiziari.

Ma c’è una terza parte che convince ancora di più, ci convince anche di quanto sia stato indispensabile raccontare aspramente e con un film di fiction questo chiaccheratissimo e scandaloso accaduto. Il terzo atto (a Bolzaneto) è quello dell’umiliazione (le “beffe” dopo i  seri danni) e del ritorno alla realtà dopo l’incubo vissuto. Qui la pellicola (girata con la fotografia sgranata di Gherardo Gossi per meglio fondersi con le immagini di repertorio) emoziona più a fondo, ci rende ancora più partecipi dei soprusi di quanto non l’abbiano fatto le mazzate e la vista del sangue. La successiva crudeltà psicologica esercitata su civili inermi al fine di umiliarli senza motivo (ad un ragazzo viene chiesto di abbaiare a quattro zampe, ad una ragazza di spogliarsi integralmente) è una moderna Salò pasoliniana che culmina con la liberazione dei prigionieri trasmettendoci il loro totale dolore e suscitando compassione, collera, rimorso, desolazione, impotenza. Le scelte di Procacci e Vicari sono condivisibili (su tutte quella di concentrarsi solo sugli avvenimenti che ruotano intorno alla Diaz) sia per quel che riguarda i personaggi da narrare che nel modo di raccontarli, anche se rimane il lecito dubbio su quanti altri modi esistano per filmare una storia scottante e dolente come questa e quali possano essere i più indicati ed efficaci, dato un materiale di così rara potenza, un episodio inconcepibile e inammissibile che devìa da qualsiasi razionalità etica e morale. Ma di fronte al “ricordo di una strage” qualunque sia il modo di rappresentarlo altro non si può fare se non ammutolire e stare a guardare, dimenticando gli espedienti utilizzati dagli storytellers e concentrandoci sul pensiero che tra tutte le storture della Storia le peggiori sono sempre quelle che con violenza inaudita si abbattono sugli innocenti e che la malvagità e l’ingiustizia di un fatto come questo debba essere mostrata e ricordata essenzialmente per fare in modo che la Storia, che spesso è ciclica, non si ripeta mai più. Ci si alza dalla poltrona con un dolore anche fisico, come se quelle dannate bastonate le avessimo subìte anche noi semplici spettatori.

Voto:

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