Elephant (2003)

17/04/2012 by Matteo Marescalco
2000 - 2009, Crimine, Drammatico, Festival di Cannes, Film Americani, Recensioni, Stati Uniti divider image
Elephant (2003)

Regista raffinato e dallo spiccato senso visivo, gay dichiarato, icona del cinema sperimentale e indipendente, Gus Van Sant è stato in grado, durante la sua carriera, di alternare film intimisti a basso budget interpretati da perfetti sconosciuti a produzioni hollywoodiane dalle maggiori ambizioni in cui comunque ha mantenuto il suo stile senza cedere ai ricatti dell’industria cinematografica americana.
Capace come nessun altro di sviscerare l’età dell’adolescenza con la conseguente perdita dell’innocenza e i suoi relativi problemi, di scavare all’interno degli animi dei giovani, ha portato avanti un percorso filmico, in gran parte sperimentale e a basso budget, dedicato al mondo dei teenager che comprende opere quali Belli e dannati, Elephant, Paranoid Park e Restless. Molti dei suoi film propongono inoltre temi e personaggi omosessuali.
Particolarmente amato dalla critica è Elephant, diretto nel 2003, film che ha portato Van Sant alla vittoria della Palma d’Oro al miglior film e alla miglior regia al Festival di Cannes. L’opera tratta del massacro della Columbine High School, compiuto da due studenti nei confronti di compagni e professori del liceo, tema precedentemente affrontato da Michael Moore nel documentario Bowling for Columbine.
Il titolo Elephant deriva da un’espressione tipica della lingua inglese per indicare una verità che, per quanto ovvia e manifesta, viene ignorata o minimizzata.
“Un giorno qualunque di scuola superiore. Peccato che non lo è” è lo slogan del film.
La vicenda si svolge nell’arco di una giornata apparentemente normale e i personaggi centrali sono Eric e Alex, due ragazzi appassionati di armi, musica e videogames violenti, che a fine giornata scolastica, in tuta mimetica, si recano a scuola seminando morte e violenza.
Van Sant descrive lo svolgersi degli eventi da diversi punti di vista, difatti le scene si ripetono riprese da diverse angolazioni, attraverso gli occhi dei vari protagonisti, ripresi in soggettiva, e con l’uso di raffinati e virtuosistici piani sequenza con steadycam.
Girato interamente a luce naturale, come Barry Lindon di Kubrick, ha una colonna sonora costituita unicamente da sinfonie del “Ludovico Van” in omaggio ad Arancia Meccanica.
Il cast è formato da attori alla loro prima esperienza e da tre attori professionisti che spesso improvvisano.
La prima metà dell’opera è caratterizzata da una fotografia dai colori più caldi che lascia il posto, man mano che i protagonisti si avvicinano alla distruzione, a colori più freddi, quasi come se stesse calando il freddo della morte sulla scuola di Columbine.
A causa dell’eccessiva presenza di lunghi piani sequenza, il film appare freddo e distaccato, come un mero e vuoto esercizio stilistico del regista che dimostra tutta la sua bravura nel muovere le telecamere. Ma forse è proprio questa l’impronta che Van Sant ha voluto lasciare, sottolineando il vuoto esistenziale e la banale quotidianità della morte e della tragedia.
I personaggi di contorno cadono nello stereotipo, a mio parere voluto, che tende ad esaltare la diversità dei ragazzi killer che apparentemente sembrano come gli altri ma che in realtà amano Beethoven, coltivano in segreto la passione poco ortodossa per la musica classica, per i documentari storici sul nazismo e per le armi da fuoco, con evidente difficoltà nel relazionarsi con l’ambiente esterno.
Elephant tratta gli eventi accaduti a Columbine con distacco e in modo abbastanza oggettivo, i protagonisti, veri e propri kamikaze americani, non vengono redenti né incolpati, Van Sant si limita a descrivere una delle loro giornate tipo, devastata dalla casualità e dall’ineccepibilità del Male. Il film vuole criticare la società americana, il sistema, piuttosto che i giovani stessi, che spesso sono portati ad isolarsi e a distaccarsi dalla vera realtà giocando ai videogames e costruendosi un’esistenza perfetta in cui sono eroi per soppiantare quella reale. Realtà che per quanto possa essere vuota, magari vana, va comunque vissuta al pieno delle proprie possibilità. I killer sono spesso inquadrati con riprese in soggettiva riprendendo la visuale dei videogame sparatutto. Van Sant vuole criticare la mancanza di valori in cui credere e di personalità a cui ispirarsi che fa precipitare i giovani in un turbinio di incertezze, tanto più maggiori quanto più debole è il loro carattere.
In definitiva, per lo spettatore medio che non riesce ad apprezzare i fluidi movimenti della macchina da presa, il film potrebbe apparire lento e a tratti noioso, seppure di breve durata. Al cinefilo, invece, non resta altro da fare che abbandonarsi alla fluidità delle riprese e alle “onde del destino” che si delineano sotto le direttive del regista che ha creato un vero e proprio capolavoro.

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