Faust (2011)

13/01/2012 by Giulio
2011, Drammatico, Festival di Venezia, Film Europei, Recensioni, Russia divider image
Faust (2011)

Il lento passaggio dalle altezze del cielo verso terra nell’inquadratura iniziale, con il contrasto tra la levità celeste e la sporca, caotica e rumorosa realtà terrena, preannuncia in modo chiarissimo i caratteri e le atmosfere che lo spettatore dovrà attraversare nelle ore successive. L’intera visione sarà segnata dalla forza “fisico-materiale” delle immagini, dagli odori, dai corpi e dalla terrena ed umana concretezza sprigionata da ogni fotogramma.

Con Faust Aleksandr Sokurov firma quello che probabilmente è il suo film più complesso, ricco di suggestioni filosofiche e di rimandi alla letteratura e alle arti figurative, un intenso viaggio nella cultura europea del del passato (dal medioevo al XIX secolo) e contemporaneamente una parabola fuori dal tempo dal valore universale. Dopo Moloch su Hitler, Toro su Lenin e Il Sole su Hirohito non c’era modo migliore per chiudere circolarmente questa imponente Tetralogia del Potere che con un film lontano dalla storia e portatore di un messaggio che comprendesse e sintetizzasse magistralmente l’essenza dei primi tre film.

Nello spazio ristretto di una cittadina bruegeliana si assiste a tutta la bassezza, l’umiliazione e la disonestà di cui sono capaci gli esseri umani. Al centro degli eventi sta l’estenuante ricerca del protagonista, il dottor Faust, di una chiave che gli apra le porte della conoscenza totale e che plachi finalmente la sua ansia e la sua perpetua insoddisfazione. Un mefistofelico e misterioso usuraio si offrirà di aiutarlo, chiedendo in cambio qualcosa di pari valore. Sokurov ci mostra un Faust che non esita a sprofondare sempre più nel fetido, nell’insulso, nel meschino e nell’indecente, in inutili e affannosi tentativi di trovare una soluzione al proprio malessere interiore. Anche quando intuirà nell’amore per Margarete una possibile via di salvezza, Faust impaziente sprecherà l’occasione per una vera redenzione cercando di “accorciare i tempi” e, non retrocedendo davanti a nulla per ottenere al più presto una notte con la ragazza, finirà per aggravare irrimediabilmente la propria situazione.

Nel film di Sokurov non c’è speranza, ogni personaggio pensa unicamente ai propri interessi, non curandosi dell’eventualità di sopraffare o di far soffrire gli altri. Anche l’innocenza, incarnata di Margarete, non ha vita facile ed è destinata anch’essa a spegnersi o a venire infangata, come apprendiamo sul finire del film dalle parole dello stesso Mefistofele. L’eterea ragazza appare costantemente tesa al bene e alla purezza ma finisce suo malgrado per diventare il tramite, attraverso l’estasi amorosa, della dannazione di Faust. Il male è ovunque e finché esisterà l’egoismo umano non ci sarà pace. A questo proposito il regista compie una scelta radicale, in linea con il rigore che lo ha sempre contraddistinto, decide di mostrare il male, il peccato o entità come Mefistofele e i demoni in modo “svilente” e distante rispetto alle canoniche raffigurazioni che soprattutto dalla piena età romantica in poi hanno segnato l’immaginario e la cultura occidentale. Sembra quasi che il regista si sia voluto inserire direttamente nella tradizione che dal medioevo fino a Goethe ha dipinto il demonio come simbolo o personificazione delle tremende aberrazioni del peccato. Miniature, affreschi e bassorilievi (specialmente nelle varie raffigurazioni dell’Apocalisse o delle Tentazioni di Sant’Antonio) rimandano immediatamente al laido e proteiforme “usuraio” interpretato magistralmente da Anton Adasinsky. Le varie raffigurazioni popolari ed erudite, ingenue e terrificanti di esseri inferi come quelle del “Theatrum Diabolorum”, del “Dictionnaire infernal” o quelli descritti da Cornelio Agrippa o da Eliphas Lévi sono tutte in un certo senso dirette anticipatrici della pellicola di Sokurov, pensata con una così grande attenzione per determinate simbologie, tracce iconografiche e per una specifica temperie culturale.

Al titanismo e alla grandiosità del male di miltoniana memoria il regista russo oppone dunque un Demonio laido e ributtante, sempre presentato con una gamma di caratteristiche che va dal grottesco allo scatologico, dal ridicolo al disgustoso. Come già si era visto soprattutto in “Moloch” nei suoi film Sokurov non concede nessuna idealizzazione al male che in varie forme è sempre rappresentato nei suoi film. Come Hitler ed i gerarchi nazisti asserragliati nella fortezza di “Moloch”, anche Mefistofele, i demoni e gli abitanti stessi della città in “Faust” appaiono giustamente “sminuiti” nella loro malvagità, tutti tesi unicamente ai propri immediati bisogni ed interessi materiali. Mano a mano che lo spettatore assiste alla sempre più ineluttabile dannazione del dottor Faust e che col passare del tempo un mondo degno di Bosch, Cranach e Bruegel si dispiega sullo schermo, la visione si trasforma (anche) in esperienza fisica. Disgusto e attrazione, orrore e desiderio diventano più che palpabili e oltrepassano lo schermo in un’esperienza visiva coinvolgente/sconvolgente unica ed irripetibile.

  • Leone d’oro alla 68ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia

Voto:

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