Francis Ford Coppola, il cineasta reso celebre da “Apocalypse now”e la trilogia de “Il Padrino”, che non ha paura di sperimentare

13/09/2012 by Annalina Grasso
News divider image
Francis Ford Coppola

Uno dei registi più completi nel panorama cinematografico mondiale, accostato più volte e da più critici a grandi cineasti quali Griffith (il padre del cinema),Huston, Ford, Kubrick, Capra; Francis Ford Coppola, originario della Basilicata, amante del buon vino, laureato in drammaturgia, figlio del musicista Carmine(flauto d’orchestra di Toscanini), ha avuto una carriera costernata di momenti alti e travagliati, con grandi produzioni e da momenti bassi, con film di genere, sperimentali, indipendenti, ad alto rischio di riuscita  e di presa sul pubblico.

Ma Coppola ha sempre amato il rischio. Non si è mai fossilizzato, in un solo tipo di cinema,non ha mai seguito una certa mentalità hollywoodiana di fare film, i grandi film con gli attori  celebri, i super pagati, che , come lui stesso diceva, per quanto fossero bravi, spesso non erano indicati per alcuni ruoli e allora, i produttori volevano che si cambiasse la sceneggiatura…

Prima che arrivasse al grande successo e alla fama con i film che pure hanno fatto discutere molto, e che non hanno avuto una facile gestazione :”Apocalypse now”,1979 (in particolar modo) e la trilogia de “Il Padrino”1972, 1974,1990; il grande regista, nonché produttore e talent scout ha dato prova di importanti intuizioni stilistiche , tra cui c’è anche un horror e una commedia che hanno preparato il terreno per il suo primo grande successo, “Il padrino, parte I”, appunto. Immancabili le polemiche che ovviamente ancora oggi riecheggiano intorno alla trilogia della famiglia corleonese , citata quasi sempre,come sorta di epopea capostipite, in relazione all’uscita di altri film o serie televisive che mettono in scena la violenza, la mafia,il male. Immancabile anche, almeno una volta all’anno, il passaggio televisivo.

E si viene , inevitabilmente alla questione spinosa che ha aperto e apre grandi dibattiti: si fa apologia della violenza? I mafiosi o chi uccide ,vengono innalzati ad eroi? Il male viene sempre giustificato? E spesso si vedono stilare classifiche di film che trattano questi argomenti che però possono guardare anche i bambini, sono meno dannosi, meno disturbanti per le menti e la coscienza del pubblico; e ancora, si capisce che si sta dalla parte dei buoni e che i cattivi alla fine la pagano, che è un film denuncia! Un po’ come è stato  per “Arancia meccanica”, e venendo anche in Italia , per i recenti “Romanzo criminale” e “Vallanzasca”,tanto per fare degli esempi .

Certo il confine a volte può essere molto labile, e si vedono scene di violenza gratuita con una facilità estrema, ma troppo spesso ci si dimentica che si sta parlando della settima arte , di forma, a anche di nuovi modi di affrontare tematiche scomode, che spesso fa paura raccontare: il male appunto. E Coppola lo fa in un modo  delirante dove mette in gioco tutto sé stesso. Parliamo di “Apocalypse now”, probabilmente uno dei film più travagliati della storia del cinema. Un capolavoro.

Liberamente ispirato al romanzo di  Conrad “Cuore di tenebra”, vincitore della Palma d’oro al 32º Festival di Cannes e  vincitore di 2 premi Oscar   (migliore fotografia all’italiano Vittorio Storaro e miglior sonoro) ,il film è frutto di un rapporto difficile tra il governo dittatoriale filippino e la troupe, di inconvenienti naturali: un tifone distrusse tutti i set e si dovette ricominciare tutto daccapo, di problemi di salute  del principale attore(Martin Scheen fu colpito da infarto) e anche dello stesso Coppola che cadde in depressione, tentando perfino il suicidio, non ultimi anche i capricci di Marlon Brando per il compenso. A tutto ciò si aggiunsero i malumori  dei produttori  che non credevano più al progetto, mancavano  i soldi , il governo americano osteggiava il film di stampo antimilitarista. Le premesse per una rinuncia al proseguimento del film c’erano tutte insomma, ma dopo un anno e mezzo di riprese e i due anni per ultimare al meglio il montaggio, il film usci nelle sale e incassò 150 milioni di dollari (ne costò  30).

Il film è ricordato maggiormente per la scena in penombra di Marlon Brando, ma non ci si chiede perché il suo fosse un ruolo di cosi breve durata, la celebre scena dell’attacco degli elicotteri resa al meglio con  musica di Wagner  che dura solo 8 minuti,; e infine la canzone “The End” dei Doors, senza sapere il suo reale significato.

Ebbene Marlon Brando chiese esplicitamente di poter girare in penombra e non molte scene dato il suo notevole aumento di peso, per girare  la scena degli elicotteri  furono impiegate ben sette settimane e la canzone aveva un preciso motivo per essere stata inserita nella pellicola: Coppola aveva conosciuto personalmente il leader dei  Doors  e apprezzava molto il brano che parla di concetti filosofici di Nietzsche e fa riferimento al complesso di Edipo.Tutto combaciava con l’essenza del film,  l’incesto e il parricidio di Edipo raffigurano il passaggio di un individuo ad  un’ altra  dimensione , disperata, folle  e auto dilaniata dentro sé , dove ci si va come amico il dolore e il male stesso, per non averne più paura,per colmare quel punto di rottura che l’uomo ha ormai conosciuto,  perché all’interno della follia della guerra, tutto diventa relativo (“Accusare un uomo di omicidio quaggiù era come fare contravvenzioni per eccesso di velocità alla 500 miglia di Indianapolis,dirà il Capitano Willard alias Sheen a proposito della guerra in Vietnam),e giustificato come dice lo stesso Kurtz (interpretato magistralmente nonostante la breve durata da Brando). Nacque cosi un film visionario, eccessivo, diseguale, forte, roboante,con battute e sequenze memorabili, profondamente complesso sia sul piano stilistico (molto estetizzante e ambizioso) che contenutistico (un’amara riflessione sull’imperialismo made USA, ma anche sulla follia bellica dell’Occidente, la sua civiltà presuntuosa ed invadente nel vero senso letterale,  nel nome della democrazia).

Il Capitano Willard si avvicina  gradualmente all’abisso che ha il volto di Kurtz, al delirio , alle tenebre presenti non solo nella jungla vietnamita ma soprattutto nella mente umana; ma anche ad una certa lucidità di un un uomo pluridecorato,  il cui esercito ha attraversato il confine con la Cambogia e conduce missioni con metodi malsani contro i Viet Cong. Willard ha il compito di eliminare Kurtz,  considerato in preda alla follia, ma venerato dai cambogiani come un dio pagano,in una missione che ufficialmente non esiste.  Ma anche Willard ha ucciso, solo che lui si considera un soldato non un assassino, lui esegue degli ordini; ma Kurtz non lo considera né assassino né soldato; solamente  “un garzone di bottega che è stato mandato dal droghiere a incassare i debiti sospesi”.

“Io ho visto degli orrori, orrori che ha visto anche lei. Ma non ha il diritto di chiamarmi assassino. Ha il diritto di uccidermi, ha il diritto di far questo… però non ha il diritto di giudicarmi. È impossibile trovare le parole… per descrivere… ciò che… è necessario a coloro che non sanno ciò che significa l’orrore”: è racchiuso in queste parole, di Kurtz, il senso profondo di un’amara e disperata riflessione sulla guerra e sul male e delle battaglie personali che possono nascere all’interno di essa,soprattutto con sé stessi.

Il male. Presente in maniera differente anche nella trilogia de “Il padrino”,sottoforma di mafia anche se nel film questa parola non sarà mai pronunciata. Il successo della trilogia è da ricercare nella sapiente unione del fenomeno commerciale, rivitalizzando il genere gangster movie con un’eccellente sceneggiatura curata anche da Mario Puzo,autore del libro, al romanzo d’appendice naturalista soprattutto per quanto riguarda “Il padrino parte II” che racconta parallelamente le vicende di Don Vito Corleone (uno strepitoso Brando nella prima parte) da bambino, ragazzo e giovane uomo (l’altrettanto straordinario De Niro) e Michael Corleone che ha preso in mano le redini della famiglia dopo la morte  del padre (anche qui si sprecherebbero gli aggettivi per Pacino).

Se nella prima parte il giovane Michael è riluttante a voler guidare il clan familiare italoamericano e  si è letta certa nostalgia di fondo per quel tipo di rapporti (ecco secondo molti l’apologia del male) , con una ricostruzione perfetta di quell’epoca e della moralità che si attribuiva al crimine, nonché del patriarcato tipicamente italiano;nella seconda parte Michael non solo ha imparato bene a fare il capofamiglia e a gestire con lucidità e freddezza gli affari ma  viene affrontata anche una certa ambiguità del film attraverso il palese parallelismo tra politica e mafia,  (facce della stessa ipocrisia dirà Michael), che nella prima parte si intuivano superficialmente; una critica anche qui al sistema corrotto capitalistico. Nella seconda parte Michael comprende sempre di più che è impossibile stabilire un compromesso con la storia, con la società, è come un personaggio shakespeariano imprigionato nei suoi sensi di colpa, nei suoi rimorsi e contemporaneamente nei suoi doveri,mentre si racconta in maniera suggestiva e a tratti struggente la storia di suo padre. Entrambe le anime si perderanno in questa impossibilità che si concretizzerà nella terza ed ultima parte, meno riuscita delle prime due (rimetterà in sesto le finanze di Coppola) ma che trova riscatto nel bellissimo e commovente finale dove realtà e finzione teatrale si fondono l’una nell’altra sul tappeto sonoro della “Cavalleria Rusticana” di Mascagni. Qui Michael prova a chiedere perdono, alla moglie  prima di tutto (Diane Keaton), si confesserà, vorrebbe cambiare anche per amore della figlia(Sophia Coppola, figlia del regista) ma il destino è segnato ormai, la maledizione è eterna, la storia si ripete e non si può tornare indietro.

Se ne sono dette e scritte tante intorno alla trilogia più famosa ed ispiratrice del cinema, facendo troppo spesso confusione, buttandola su della sociologia spicciola, facendo i perbenisti.

In realtà, la nostalgia per quei forti legami familiari, quel certo autocompiacimento, quel dare un valore distorto cosi alto e solenne a parole come famiglia, onore, protezione, patria, significa altro, nasconde altro.

Innanzitutto la verità di quei rapporti, la loro natura e la loro difesa auto compiaciuta, ma soprattutto la qualità artistica, la grande capacità di Coppola simile a quella di Leone di trasformare la bruttezza in bellezza,  un individuo corrotto e assassino ma che ama la sua famiglia in modo sbagliato e il potere, in uno spirito elevato,un passaggio puramente cinematografico, stilistico, formale , artigianale, ma pur sempre un uomo che alla fine non trionferà, non sarà un vincente, ma uno sconfitto dalle proprie scelte, dal suo destino, a cui Coppola guarda con tristezza.

Alla base di questa complessa operazione cinematografica e commerciale c’è poi la volontà da parte del regista di affrontare e descrivere un fenomeno antropologico, anche biologico, un punto di vista inconsueto: la mafia come sistema di adattamento per salvaguardare e garantire la sopravvivenza di una specie, quasi fosse a rischio estinzione, di qui la violenza per garantire l’integrazione sociale, per proteggere quella cultura familiare atavica:spirito di autoconservazione. Questo c’è alla base di una famiglia mafiosa e Coppola lo mostra perfettamente rafforzando e ampliando lo schema di base che prevede lotte tra bande, la presa del potere da parte del capofamiglia, la sua discesa, inserendo una profonda analisi introspettiva dei personaggi, una colonna famosa che resterà immortale (di Nino Rota), bellissimi costumi, scenografie europee, fotografia impeccabile,  narrazione originale , bravura degli attori che si avvieranno da  li ad una straordinaria carriera (Pacino, Caan , Keaton, Garcia, Duvall).

Un perfetto equilibrio tra talento registico per un film di alto valore ed originalità , e fenomeno di costume data la popolarità del tema trattato. E pensare che all’inizio nessuna voleva girarlo, a cominciare da Coppola, seguito  dai produttori della Paramount e da Mario Puzo: un complotto da parte di un montatore voleva Coppola fuori dal progetto, riferendo alla Paramount che il materiale girato era inutilizzabile, sperando in cuor suo, di prendere il posto del regista. Nemmeno “Il Padrino” ebbe una facile gestazione e lavorazione: Brando (a cui piaceva fare scherzi agli amici e colleghi sul set)non voleva che la sua interpretazione fosse offuscata da Pacino e per questo controllava il tutto, e lo stesso faceva pacino nei confronti di De Niro, un boss tentò di boicottare il film ,accusato di parlare degli italoamericani solo come mafiosi (per questo il produttore Ruddy arrivò al compromesso con il boss di non far pronunciare nel film la parola “mafia”).Molti attori erano stati pensati per la parte di Don Vito Corleone, Olivier, Lancaster, Volontè, ecc ma la scelta cadde su Brando , voluto fortemente da Coppola  cosi come Pacino, per i suoi tratti somatici simili a quelli dei siciliani sua, allora semisconosciuto, vincendo le pressioni della produzione che volevano Redford, Nicholson oppure Hoffman.

“Il Padrino, parte I” vinse l’Oscar soffiandolo a “Cabaret” più  i Golden Globe per il miglior film e miglior sceneggiatura, mentre per “Il Padrino II”  portò  a casa 3 Oscar (film, regia e sceneggiatura), battendo opere come “Una moglie” di  Cassavetes, “Lenny” di Fosse e i capolavori “Effetto notte” di Truffaut e “Chinatown” di Polanski.  Un successo intramontabile .

Ma Coppola non ha mai avuto paura di osare, di sperimentare, di pensare ad un altro cinema, meno fastoso, meno epico, meno costoso, anche come produttore negli anni ’70 con “L’uomo che fuggi dal futuro”e “American Graffiti” entrambi di Lucas, “L’ombra del guerriero” di Kurosawa, “Indagine a Chinatown” di Wenders ,  “Frankenstein di Mary Shelly”di Branagh, “Il giardino delle vergini suicide” opera prima di sua figlia Sophia, “Il mistero di Sleepy Hollow” di Burton . C’è spazio per un altro riconoscimento, la “Palma d’oro al Festival di Cannes  nel 1974 per il drammatico “La conversazione” con gli attori Hackmann, Ford e Duvall . Come regista ha firmato pellicole meno roboanti ma molto interessanti come” Dracula di Bram Stocker”, “Peggy Sue si è sposata”, “Rusty, il selvaggio”, “Cotton club”, “L’uomo della pioggia”,. Leone d’oro alla carriera nel 1992, Coppola attraversa un periodo lontano dai successi dell’inizio e  per dieci anni non sarà dietro la macchina da presa, per poi ritornare alla grande nel 2009, con il potente e visionario noir “Segreti di famiglia”, storia di rivalità tra due fratelli, con riferimenti autobiografici in uno splendido bianco e nero con tecnica digitale. Affascinante, intricato e molto personale. Lo stesso regista dirà a tal proposito :”Nulla di quello che avete visto nel film è veramente successo. Ma è tutto vero; e ancora: «La differenza tra questo film e “Il Padrino”? Quattro accoltellamenti, due strangolamenti, tre assassinati in esplosioni di automobili, uno con la mitragliatrice…».

Il cinema può offrire ancora tante sorprese e l’imprevedibile e avventuroso  regista che ha elencato non poco tempo fa tra i suoi 10 film preferiti anche “I vitelloni” del nostro Federico Fellini, di certo non mancherà all’appuntamento.




bottom round image

footertop right
© 2014 by Ultimociak

Content Protected Using Blog Protector By: PcDrome.