Pesaro 48 – Giallo a Milano: Made in Chinatown (2009)

13/07/2012 by Roberto Matteucci
2000 - 2009, Documentario, Drammatico, Film Europei, Italia, Pesaro Film Festival, Recensioni, Speciale festival di... divider image
Ischia 10 - Giallo a Milano: Made in Chinatown (2009)

La 48° Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro ha presentato una serie di documentari italiani. Lo scorso anno era stato il turno dei prodotti russi. Il documentario ha aumentato il suo spazio, ha acquisito un nuovo modo di approccio. Però alcune domande sono d’obbligo. I documentari italiani possono avere un mercato? La risposta è ovvia. Non sicuramente questo genere di prodotti.

Neppure per il pubblico televisivo sarebbe adatto un film come Giallo a Milano, nonostante il linguaggio frazionato, a episodi.

Per le sale cinematografiche – già profondamente deserte – non ci sono speranze. La soluzione prospettata dagli addetti ai lavori durante il festival è una specie di editto alla Pol Pot: un decreto per obbligare la gente a vederli. In realtà chi auspica un modello del genere è molto più vicino all’autoritarismo cinematografico del celeberrimo Professor Guidobaldo Maria Riccardelli del Secondo Tragico Fantozzi.

Per incrementare un pubblico sarebbe necessario azzardare un linguaggio vivace e divertente. Tentare nuove metodologie, arrischiare di essere ribelle e fuori delle righe.

Giallo a Milano è un esempio perfetto.

Sono tantissimi i cinesi residenti nelle nostre città, sono fra le comunità più numerose eppure hanno una totale discrezione. Altre collettività di stranieri, più chiassose e più presenti nelle strade, appaiono più consistenti, eppure sono una minoranza rispetto alla popolazione di origine asiatica. L’educazione confuciana è uno dei motivi principali. Il nucleo familiare è il luogo predominante della vita sociale cinese. Il rispetto dei riti, della rettificazione del nome avviene al suo interno, come esemplificazione del microcosmo. Noi possiamo osservare alcuni aspetti del loro comportamento, ma siamo sempre in ritardo rispetto al loro modo di vivere.

Non è solo questo.

La famiglia è un atomo della divisione della società, quello più piccolo. Ad altri maggiori raggruppamenti è dovuto rispetto, con una devozione totale. Si partiva dall’Imperatore: la nazione è una macro famiglia, per poi scendere ad altri gruppi sociali. L’esempio emblematico è l’importanza delle potenti società segrete; per anni e forse ancor oggi (come nel caso della setta buddista Falun Gong) influiscono della storia della Cina.

In questi ambienti la vita è guidata da regole ataviche, proprie, lontane dalla società in cui abitano. Tutto questo non appare. Il regista si accontenta di un pezzo di colore – per altro molto sbiadito – sulla comunità cinese a Milano. Non scalfisce minimamente il senso del loro comportamento, il regista ha una curiosità trascurabile, vuole raccontarci da dove sono arrivati, dei matrimoni con italiani, ma null’altro.

Della Cina di Milano continuiamo a ignorare tutto. Tuttavia qualche domanda ci potrebbe essere, una signora si chiede: “Ma dove seppelliscono i loro morti?”

Al cimitero è ovvio, ma allora perché sembra che non sia così?

Il regista Sergio Basso sa anche essere ironico: una signora non comprende il nome della cinese storpiandolo in italiano, oppure con le domande assurde dell’istruttore di scuola guida alla ragazza cinese. Ma null’altro. Il film non ha un racconto, non può interessare nessuno.

Ci immaginiamo la pellicola Giallo a Milano proiettata nei cinema? Escludiamo la possibilità di conquistare un mercato, allora perché allora nascono tanti documentari? Per la mancanza di soldi, e per carenza di idee. Nel mondo globale casalingo di youtube, noi possiamo osservare, decidere, sbirciare a infinite realtà. Se osserviamo una rissa all’uscita di una discoteca su internet abbiamo il nostro piccolo frammento di documentario. Oggi se voglio realizzare un documentario realista mi impossesso dei filmati delle tante telecamere di sorveglianza è ho un perfetto prodotto attuale.

Per differenziarsi un documentario cinematografico non dovrebbe essere una rappresentazione distaccata, ma dovrebbe prevalere in sincerità e passione.

Il rapporto con la telecamera dovrebbe essere diretto, appartenere al verosimile. I cinesi di Giallo a Milano, fingono. È chiaro e palese.

Non sono reali, non sono neppure finti, sono un ibrido senza volontà.

Voto:

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