Gli amanti passeggeri (2013)

09/02/2015 by Roberto Matteucci
2013, Commedia, Film Europei, Recensioni, Spagna divider image
Gli amanti passeggeri (2013)

“Anche io credo molto nel culo.”

È difficile fare un film brutto. Il brutto è un concetto filosofico, trascendente, spaziale e temporale. È un’arte, è un’esigenza. Esiste, con i tanti fans, apprezzata nella realtà, rinchiusa in un frammento di vita e di storia. “ … la bellezza, per un maschio, non ha importanza …” così scrive lo scrittore Anderson nel brutto anatroccolo.

Gli amanti passeggeri di Pedro Almodóvar è un’alterazione del concetto, supera la tesi perché decisamente e volutamente brutto, noioso, vanitoso, inutile, superfluo, arrogante, stupido, infantile, immaturo, fastidioso, superficiale, superbo, frivolo. Perché un autore autorevole si concede questi fuori onda? Non è la prima volta. È un classico degli artisti importanti volare sopra la realtà e produrre opere presuntuose con la finalità di saziare il proprio ego. Potrebbe essere un metodo per valutare gli amici. Io faccio un film brutto e sondo con un parere gli amici. Sono amici falsi se rispondono che è bello, mentre i fautori di essere alla presenza di una ciofeca sono i veri amici su cui contare. Sicuramente è questo il motivo, ma allora perché per beghe amicali di Almodóvar devo pagare il biglietto?

Tutto parte da un disegno iniziale accompagnato – notare la fantasia – da Per Elisa di Beethoven. Poi appaiono Banderas e la Cruz i quali con una piccola scenetta dettano lo schema della trama. Dentro l’aereo, un equipaggio antipatico sta martoriando i passeggeri. Si comincia subito a giocare sull’eros, sul sesso, sui tradimenti, sui doppi ruoli, e tante battute da far vergognare Lino Banfi e Alvaro Vitali. Nel 1980, cinque anni dopo la morte di Francisco Franco, la data di uscita di Pepi, Luci, Bom e le altre ragazze del mucchio, poteva essere un genere trasgressivo. Mentre nel 2013, nell’epoca del matrimonio omosessuale concesso dalla legge spagnola, è un’insulsa noia. Il principale problema di Almodóvar è non comprendere il cambiamento del mondo; egli è stato rottamato dalla sua stessa rivoluzione. Non è un problema di sceneggiatura, è un’evidente inefficienza di linguaggio e stile. Dirige in uno spazio piccolo utilizzando un’inquadratura buona per un teatro ma mortificante per gli spettatori. Vorrebbe rappresentare un mondo diverso ma lo spettatore è attorcigliato da una claustrofobia ansiosa, perché Almodóvar non riesce creare un’inquadratura coerente con la sua presunta idea.

Per il resto Almodóvar ci concede un’usuale varietà cromatica, con un aereo colorato con colori sgargianti come un tempio indù. Riesce con abilità nota a deformare le immagini e contestualmente la verità. Però i personaggi – teoricamente sopra le righe – sono noiosi e incapaci a mostrarci ironia. Vorrebbero raccontarci un mondo parallelo ma paiono vecchi, perché la società è profondamente mutata. Essi sono rimasti indietro, con le loro antiche battute. È come se i personaggi fossero tutti castrati per una evidente inadeguatezza comunicativa. La colpa è della senilità del regista, nel suo linguaggio trito ci offre un film, forse adatto agli anni settanta. Il calendario segna il 2013, è un peccato che nessuno l’ha detto ad Almodóvar.

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