Himizu (2011)

04/06/2012 by Roberto Matteucci
2011, Drammatico, Festival di Venezia, Film Asiatici, Giappone, Recensioni divider image
Himizu (2011)

L’avventura del giovane Himizu è l’amareggiata metafora di un Giappone ferito, malconcio, sanguinante dopo le tremende catastrofi del terremoto e dal contagio nucleare a Fukushima. Shion Sono è regista di gran respiro, capace di descrizioni potenti e affascinanti. Si parte dalle immagini reali del dopo tsunami: rovine delle case, macchine distrutte, oggetti quotidiani sparpagliati, malinconicamente senza vita e padrone. Un cimitero d’oggetti e materie devastate, dove la vita è scomparsa, come rigettata in mare dalla grande onda. L’angoscia del tremendo colpo al cuore ha aggravato, per il paese imperiale, la congenita ansia di vivere. Dopo la partenza documentaristica, siamo trasportati in una regione colpita dal terremoto. Vicino ad una baracca adibita come abitazione e affitto barche sono sorte alcune tende, dove vivono degli sfollati. Questo ambiente ricorda la baraccopoli di Akira Kurosawa di Dodeska-den. In quell’epoca i giapponesi uscivano da un’altra apocalisse: la calamità della seconda guerra mondiale. Himizu è il proprietario della baracca. E’ stato abbandonato dalla madre alcolizzata e depressa. Il padre lo picchia, gli ruba i soldi e lo umilia urlandogli addosso il piacere di vederlo morto: sarebbe stata una benedizione per lui e la moglie. Solo, affranto, triste si sente sprofondare nell’inutilità e nella depressione. Accorrono in suo aiuto una sorridente compagna di classe, la quale a sua volta nasconde un atroce segreto familiare. Oltre a lei sono gli evacuati del terremoto, accampati vicino alla sua casa, a salvarlo dalle difficoltà economiche lasciate a Himizu dal padre. Prevale l’angoscia sociale, la distruzione familiare: sconvolgente è la costruzione del patibolo da parte dei genitori della ragazza e a lei destinato. Si aggiungono le follie dannate dei tanti pazzi della città. Essi sono sconvolti e possono uccidere, incapaci di distinguere ogni ragione e discernimento.

Queste inquietudini umane e sociali sono tutte ben distribuite dal regista. Il suo occhio visivo passa da un incubo disperato, al mondo colorato del viso di Himizu. Himizu è un personaggio di un manga disegnato da Minoru Furuya, perciò i colori sono parte del suo mondo. La tensione agitata e ossessiva della corsa di Himizu, dissennata e farneticante, in una città distaccata dalla sua lontana baracca, è una delle maggiori poesie raccontate nella storia. Quando un film cavalca l’attualità incombente, solitamente il risultato è opportunista e ruffiano. In queste occasioni si sostituisce alla passione ragionata e critica/costruttiva, una passione rabbiosa ed astiosa. Questo succede anche a Shion Sono. Eppure, ha tanto materiale esplosivo nell’avventura adolescenziale di Himuzu e della sua amica. Troppo forte per il regista la tentazione di accattivare il triste animo degli spettatori, distrutti dal dolore barbaro degli oltre centomila morti. Nonostante la debolezza umana del regista, il suo sguardo si accende d’amore ed eccitazione narrando l’ amicizia dei due ragazzi, flagellata di amorevoli sganassoni e di un crescendo relazionale.

Il Giappone/Himuzu dovrà sopportare dolore e disperazione; potrà perdere tutto, potrà soffrire la povertà, ma dentro ha tanti anticorpi, i quali non solo anestetizzano il dolore, ma sono capaci di rendere allegra e gradevole perfino una baracca, riempiendola d’amicizia e di solidarietà. Linguaggio lirico di un notevole conoscitore del cinema, arricchisce le tensioni di visioni proprie non lesinando incubi e tormenti. Non risparmia le accuse alle fratture di un tessuto sociale giapponese incline alla violenza, lanciando un pubblico rimprovero alla crescenza banalizzazione della famiglia, un tempo fondamentale amortizzatore di tante pene. I due giovani e talentuosi attori Shôta Sometani e Fumi Nikaidô sono emozionanti nella loro dedizione alla riuscita del film e nelle tante sberle scambiate.

voto:

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