I racconti della luna pallida d’agosto (1953)

04/03/2012 by Susanna
1950 - 1959, Drammatico, Film Asiatici, Giappone, Recensioni, Thriller divider image
I racconti della luna pallida d'agosto (1953)

Giappone, XVI secolo. Durante la guerra civile i fratelli Genjuro, vasaio, e Tobei, contadino, abbandonano le rispettive mogli per cercare fortuna. Il primo si lascerà sedurre dalla bellezza ingannevole di una principessa di un clan decaduto, il secondo diventa un samurai con la frode. Le conseguenze delle loro azioni saranno tragiche e funeste.

Tratto da due racconti (“L’Albergo di Asaji” di Akinari Ueda, e “La lubricità del serpente” contenuto nella raccolta “Ugetsu Monogatari” del 1776), il film del maestro Mizoguchi, insieme a Vita di O-Haru, donna galante, ha il merito di aver fatto conoscere al mondo il valore del cinema giapponese. Considerato una delle vette della cinematografia mondiale, il film è portatore di una moralità universalmente condivisibile rappresentata per mezzo del codice elitario dell’estetica giapponese: gli slanci quasi romantici dei due protagonisti volti al raggiungimento di una dimensione superiore – per Tobei un avanzamento nella scala sociale per diventare samurai, figura che nella tradizione ha assunto un valore quasi mitico; per Genjuro addirittura lo straniamento dalla realtà in una dimensione di ideale bellezza, conferendo così al film toni e temi del fantastico – sono cristallizzati nella forma rigorosa e pacata del teatro Nô, da cui Mizoguchi trae ispirazione, visibile nella gestualità rituale, nei dialoghi essenziali e incisivi, nell’accompagnamento musicale costituito da melodie e strumenti tradizionali.

Ma la tradizione non è presente solo a livello formale: il concetto di bellezza considerata tale perchè fugace, fondante dell’estetica giapponese – affrontato nell’opera di Mizoguchi nell’episodio in cui il vasaio Genjuro viene ammaliato dalla bellezza della principessa, che più tardi si rivelerà essere nient’altro che un fantasma- è il punto di partenza per una più ampia riflessione sul valore della bellezza (estetica, nel caso di Genjuro; etica, nel caso di Tobei) e sulla sua funzione. Genjuro verrà punito perchè sceglie una totale immersione nella bellezza (da intendersi anche come “arte”), da lui vista come una dimensione separata dalla realtà, e non in essa intrinseca. Genjuro, infervorato da sentimenti simili alla follia, è infatti privo del distacco contemplativo proprio dell’artista, che porta quest’ultimo a considerare la bellezza/arte non come un’illusione (come si rivelerà essere la principessa, nient’altro che un fantasma evanescente del passato glorioso di un clan ormai scomparso), ma come una realtà fruibile, terrena e perciò caduca, mortale. Tale riflessione è fondamentale per l’uso dell’arte non come puro ed egoistico appagamento sensoriale, ma come strumento morale: Genjuro e Tobei verranno puniti per il loro egoismo, che li ha portati ad abbandonare le mogli.
La condizione disagiata della donna, tema caro a Mizoguchi più ampiamente sviluppato in “Vita di O-Haru, donna galante”, è qui trattato, seppur marginalmente, per mezzo delle figure delle due mogli dei protagonisti, il cui destino è speculare a quello dei mariti: se Tobei rifiuta il suo ruolo sociale per innalzarsi a uno dei più altri gradini della scala, la moglie verrà schiacciata agli ultimi gradini, dovendo ridursi a prostituta; se Genjuro rifiuta la realtà e la moglie fedele per una donna bella ma irreale, la moglie scomparirà proprio dalla realtà, morendo, ma lasciando a Genjuro un barlume di speranza di riscatto, il figlio ancora bambino, che l’uomo avrà cura di amare.

Il film ha vinto il Leone d’argento al Festival di Venezia 1953. Nel 1956 ha guadagnato anche una nomination agli Oscar per i migliori costumi.

Voto:

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