Venezia 72- Il caso Spotlight (2015)

18/11/2015 by Roberto Matteucci
2015, Biografia, Drammatico, Film Americani, Mostra del cinema di Venezia, Recensioni, Speciale festival di..., Stati Uniti, Storico, Thriller divider image
Il caso Spotlight (2015)

“Vuole fare causa alla chiesa? Fantastico.”

È difficile affrontare il tema della pedofilia. Un argomento complesso, atroce, crudele, del quale si hanno sempre angosce nel discuterne apertamente. Segreti, vergogne, sensi di colpa, impediscono alle vittime di parlare, di confessarsi. Sia Papa Benedetto XVI, sia Papa Francesco hanno chiesto perdono, scusa centinaia di volte, il messaggio da loro lanciato è che gli abusi all’interno della Chiesa non saranno più protetti.

I casi in America sono stati numerosi e le richieste di risarcimento milionarie. Delle violenze avvenuti a Boston ci intrattiene Spotlight di Tom McCarth.

All’interno del giornale locale, The Boston Globe, esiste un gruppo di giornalisti, guidati da Walter Robinson, incaricati a investigare sui casi non chiari. Sono dei veri detective. Il nuovo direttore gli ordina di abbandonare ogni indagine per seguire le notizie sugli abusi dei preti a Boston. Inizia una spasmodica ed emozionante caccia, non agli avvenimenti, quanto alle prove del coinvolgimento delle gerarchie della Chiesa. I giornalisti vinsero il premio Pulitzer.

Spotlight è un bel film investigativo, basato sulla capacità dei giornalisti di scovare reati. È la caratteristica dei giornali americani, qualità ripresa con grande vivacità dal cinema. Spotlight ha i geni di tantissime pellicole, riprese come citazioni e spunti. Il regista passa da un personaggio a un altro, come un film corale, utilizzando un montaggio fresco, agile.

Nonostante la velocità evidente, Spotlight non è una pellicola di azione, è un film di dialoghi. Merito di una sceneggiatura perfetta; il regista Tom McCarthy:

Ci abbiamo messo almeno due anni a scriverlo io e Josh Singer, più che altro per le ricerche che abbiamo fatto. Abbiamo intervistato tutti i personaggi coinvolti, siamo stati con loro, abbiamo indagato l’andamento dei fatti e l’argomento. Alcune cose non sono state facili, i reporter non amano essere intervistati.” [1] Si nota la grande cura nella scrittura. Nessuno dei caratteri è lasciato indietro: “L’obiettivo però era avere quanti più punti di vista è possibile sugli eventi e soprattutto capire il contesto cioè la vita a Boston in quel periodo”. [2]

I tanti personaggi ed eventi, oltre la scrittura, richiedono un montaggio volitivo:

La cosa difficile è che la storia è immensa e dovevamo avere sia i fatti riportati per bene che uno spirito coinvolgente, altrimenti il film diventa un procedural. Non è semplice per niente ma su quello abbiamo lavorato soprattutto al montaggio”. [3]

Centinaia di casi, migliaia di persone coinvolte, alcuni bizzarri, altri sconvolti, altri seri, amici, sacerdoti potevano convivere solo grazie alla bellezza di un montaggio efficace.

I giornalisti sono ripresi mentre si concentrano esclusivamente nel lavoro. Un lavoro difficile perché tutti hanno qualche collegamento con il cattolicesimo: c’è chi ha studiato in una scuola cattolica, chi ha la dolce nonnina fervente religiosa, chi era chierichetto da ragazzo. Non è un compito normale, si stanno logorando. Stesso sistema per le vittime. Sono diversi fra loro. Ci sono l’effeminato e il macho drogato con un figlio. Il regista: “Ha un approccio non sensazionalista, per questo abbiamo scelto l’uso di una camera non intrusiva, per non romanticizzare e non esagerare o enfatizzare niente. Volendolo o no abbiamo seguito le orme dei reporter, la maniera in cui hanno lavorato. Del resto anche noi dovevamo presentare dei fatti che di loro hanno un impatto così forte da funzionare anche da soli”. [4]. Ma non sempre è così. Delle scene sono segnate dal principio.

Nella scena del colloquio fra il cardinale e il direttore, l’inquadratura del prelato parte dal grande anello al dito per poi passare alla maestosa croce al collo. Non è una scena neutra. Poi il cardinale risponde in maniera ironica, regalando al direttore ebreo, un catechismo della chiesa cattolica. Ovvero nella parte finale la scena del colloquio a casa di una vittima, termina con una lenta carrellata sull’imponente chiesa dietro l’abitazione; un’inquadratura di chiara lettura.festiva di Venezia 72

Ci sono anche delle perdite di controllo. È 11 settembre del 2001, attacco alle torri gemelle di New York. La scena è montata in modo ambiguo e ipotetico. Addirittura sembra che sia stato il Papa ha progettare l’attacco, per distogliere all’attenzione dei giornalisti dalle indagini del Globe.

Il finale è lamentoso. I giornali, con le accuse alla chiesa, sono stati stampati nonostante le minacce, le proteste.

Ricorda la scena di “È la stampa bellezza, la stampa, e tu non puoi fare niente, niente” di Humphrey Bogart.

Ma Bogart si è sbagliato. “La Chiesa ragione in termini di secoli” mentre i giornali hanno i giorni contati in profonda crisi di vendite e occupazionali. Che sia questa la tremenda vendetta di Dio.

[1] www.badtaste.it/2015/09/05/venezia-72-mark-ruffalo-e-tom-mccarthy-ci-parlano-di-spotlight-stanley-tucci-invece-va-a-ruota-libera/141573/

[2] ibidem

[3] ibidem

[4] ibidem




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