Venezia 72 – Kalo Pothi / The Black Hen (2015)

23/02/2016 by Roberto Matteucci
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Kalo Pothi / The Black Hen (2015)

“I maoisti sono una minaccia per i nostri figli.”

Il Nepal per circa dieci anni è stato sconvolto dalla guerra civile. Si sono fronteggiati l’esercito e i guerriglieri maoisti. Nel 2006 si è raggiunto un accordo e lentamente è iniziato il disarmo delle popolazioni armate. Ci sono stati circa tredicimila morti dei quali molti civili. [1]

Il regista nepalese Min Bahadur Bham ci racconta un frammento della guerra nel film Kalo Pothi – The Black Hen. Il cinema nepalese è sconosciuto. Il regista ci racconta dell’amore dei nepalesi per il cinema: “In questo momento in Nepal si producono più di 150 film all’anno, come in Europa e in India, ma nessuno di essi è veramente buono.” [2]

Centocinquanta film sono tanti per una nazione di circa trenta milioni di abitanti e povera.

L’autore ci presenta la guerra incrociando un linguaggio realistico con quello sognatore e visionario. Il legame della storia è fantastico, è una gallina nera che passa di mano in mano: “Nella storia la gallina è un elemento molto importante, è il personaggio principale e una sorta di metafora.” [3]

S’inizia con l’inquadratura dell’animale portata in un cesto da un vecchio. Siamo in un villaggio rurale nel nord del paese. Due ragazzini, Prakash e Kiran, amici nonostante le differenze di casta, arrivano in possesso della gallina per poi perderla. I due ragazzini sono molto vivaci. Subiscono la guerra, la sorella di Prakash è entrata nell’esercito maiosta, mentre i parenti di Kiran sono i capi del villaggio, fedeli al governo. Sono loro a raccontare la guerra, a mostrarci le disuguaglianze effimere, inesistenti nella loro ingenua giovinezza e amicizia. La ricerca assidua, e perfino pericolosa della gallina, è la ricerca della pace, che tarda ad arrivare. Il regista si sofferma sul rosso comunista, sulla falce e martello, sulle immagini di Mao. Tutti i maoisti vestono rigorosamente in rosso: “saluto rosso.” L’altro aspetto è la vita quotidiana di una nazione sperduta del Nepal. Un mondo sconosciuto. Il regista indugia sui particolari umani e sociali, non solo la grande problematica della guerra civile. Mostra la povertà, nel paese uomini e animali vivono insieme, in una promiscuità scarsamente igienica. Non hanno il bagno in casa e si lavano fuori. Mangiano cipolle crude con il sale e ingoiano uova intere. Gli uomini camminano avanti e le donne qualche passo indietro. Ma c’è pure divertimento: la gara al tiro della fune, l’arrivo del cinema, la buffa danza in tuta militare per cercare delle reclute.festiva di Venezia 72

Il posto è bellissimo, un luogo sospeso sopra il mondo, dove è possibile vedere l’infinito. Questa bellezza è accentuata dal tono irreale su cui punta l’autore: la paura per i fantasmi, per l’orso nero. “Hai il singhiozzo, tuo nonno ti pensa” e riusciamo a comprendere il valore della memoria. Nel film la fisicità della natura è notevole, mischiata con il fantastico, la crudeltà del conflitto, i sogni dei bambini, le tradizioni ataviche. Il risultato è una storia potente, girato con passione. I bambini, in una foresta, rimangono invischiati in uno scontro fra una pattuglia governativa e quella dei ribelli. Il sangue è tanto e i morti sono ovunque. Fuggiti, entrano nudi nel fiume, e l’acqua intorno a loro si macchia di rosso.

Il sangue non ha risparmiato nulla, forse solo la gallina che continua il viaggio.

[1] www.ohchr.org/Documents/Countries/NP/OHCHR_ExecSumm_Nepal_Conflict_report2012.pdf

[2] http://quinlan.it/2015/09/09/intervista-a-bahadur-bham-min/

[3] http://quinlan.it/2015/09/09/intervista-a-bahadur-bham-min/

IMDb ♦ Mymovies ♦ Opensubtitles

 




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