Fede Alvarez – La casa (2013)

21/04/2013 by Piergiorgio Ravasio
2013, Film Americani, Gli esordi alla regia, Horror, In uscita in Italia, Recensioni, Stati Uniti divider image
La casa (2013)

Correva l’anno 1981 quando il film La casa arrivò nei cinema di tutto il mondo (in Italia solo tre anni dopo), terrorizzando gli spettatori, spaccando l’opinione pubblica e lanciando la carriera del regista, qui produttore, Sam Raimi (quello che poi sigla il successo di molte altre pellicole come la trilogia di Spider-Man). La trama, seppur ridotta all’osso, vedeva il ritrovo di cinque giovani in una baita isolata dove, la lettura di un libro, richiama in vita oscure forze maligne. Nonostante il budget limitato per la realizzazione, il film venne classificato come uno dei più terrorizzanti del tempo, diventò subito un cult e un rito di passaggio verso l’horror movie per milioni di fans.

Quella di oggi è una rivisitazione dell’unico, indimenticabile, irriproducibile originale (segnaliamo, per dovere di cronaca, che, negli anni a venire, non si sono fatti attendere i vari sequel).

Reboot dell’originale (o, forse, è meglio parlare di rivisitazione completa, reinventata per un nuovo pubblico più attuale), “La casa”, portando la nuova firma di Fede Alvarez, (giovane talento al suo esordio nella regia cinematografica? Glielo auguriamo … per il futuro), nato a Montevideo nel 1978, ripresenta, alle nuove generazioni, questa storia di fantasmi. Fedele nella sostanza all’originale (l’idea del gruppo di amici che credono di trovarsi in un posto sicuro e, invece, finiscono nei guai tutti), la sceneggiatura inserisce nuovi personaggi e qualche piccola modifica all’intreccio (la protagonista principale che cerca di superare la sua tossicodipendenza). Ma alla fine il libro verrà aperto ugualmente. Il tutto, infatti, ha la sua genesi proprio in un manoscritto (il “Libro dei Morti”). Scovato in cantina, usa un alfabeto antico con alcune scritte confusionarie e la lettura di alcuni suoi passi a voce alta risveglia, involontariamente, un demone assopito; un’entità malefica, un collezionista desideroso di nutrirsi di cinque anime (guarda caso i baldanzosi ragazzotti sono proprio in cinque), “così il cielo sanguinerà di nuovo e l’abominio si alzerà dall’inferno”.

Pur mantenendo, alla base, i componenti visivi iconici che si rifanno all’originale (il cottage sperduto nei boschi) o elementi basilari (il libro in pelle umana, sigillato con filo spinato e che non brucia neanche sul fuoco), il risultato è ben lontano dalle aspettative degli autori. “Non stiamo riscrivendo la versione originale. La stiamo solo guardando da un diverso punto di vista”. E questo, noi datati che abbiamo visto (e rivisto) il capolavoro degli anni ’80, lo notiamo benissimo. Per terrorizzare non servono storie di grande livello (e qui ci saremmo anche) né le migliori attrezzature (quelle di Alvarez sono indubbiamente più avanzate di quelle usate dal povero Raimi). Bisogna saper manipolare e guidare gli spettatori. Cosa che ad Alvarez viene alquanto difficile.

Il genere horror dovrebbe (il condizionale è d’obbligo) essere in continua evoluzione. Qui, tuttavia, sembra che in evoluzione ci siano solo gli effetti speciali (anche se, pure quelli, ormai abbastanza standardizzati: vomito di sangue, braccia amputate con seghe elettriche, chiodi sparati nel corpo, coltelli conficcati nel petto). Non è con l’abuso al ricorso di stereotipi  (la generosità di ettolitri di sangue versato) che si ottiene il risultato di terrorizzare il pubblico; neppure le battute di involontario humor (“La morte non sarebbe una cosa brutta proprio ora”) o il rituale per debellare il male e “ripulire” il posseduto (1: seppellirlo vivo; 2: smembrarne il corpo; 3: purificarlo con il fuoco) per decretare la buona fattura di una pellicola. Neanche il sacrificio estremo, in nome dell’amore fraterno (due di loro sono fratello e sorella che cercano di ricomporre il loro rapporto), sarà sufficiente a riportare il tutto alla normalità. Comunque, tranquilli: per lo spettatore in sala la normalità arriva presto. E così, con un enorme debito di riconoscenza all’originale, dopo soli 80 minuti si esce dal buio della sala (e della fotografia che  gioca quasi tutto sull’oscurità delle scene) e si torna al buio delle nostre serate. Ma queste, almeno, non nascondono nulla di ostile.

Voto:2-stelle

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