Mai più paura – Plus jamais peur (2011)

24/03/2013 by Roberto Matteucci
2011, Documentario, Film Africani, Recensioni, Tunisia divider image
Mai più paura - Plus jamais peur (2011)

Il regista tunisino Murad Ben Cheikh ci narra, in un documentario presentato alla rassegna sul cinema arabo a Pesaro, la sua visione della primavera araba in: Mai più paura – plus jamais peur, titolo originario La Khaoufa Baada Al’Yaoum.

Durante la Mostra di Venezia ci sono state diverse opportunità di osservare idee svariate sugli avvenimenti arabi.

Quella egiziana è stata descritta da Ibrahim El Batout nel bel film El sheita elli fat – Winter of Discontent. Mentre il versante tunisino è stato raccontato da Hinde Boujemaa in Ya man aach – It Was Better Tomorrow. È un docufilm piuttosto dubbioso sulle prospettive future della Tunisia; tutto visto dagli occhi di una madre senza casa e di un figlio disperato. Si cambia percezione, Murad Ben Cheik pone l’aspetto umano e speranzoso in primo piano. La rivoluzione è stata una festa, un gioco, un desiderio ricercato e auspicato da tutti. È stata una gioia, una rivoluzione popolare; tutti si sono riversati sulla strada per combattere l’orco, il cattivo; come se Ben Ali fosse stato al potere per oltre venti anni senza un appoggio popolare.

Due linee di linguaggio. La prima è centralizzata su una conversazione con un paziente in un manicomio tunisino. Si sente la sua voce, ma sono inquadrate solo le mani mentre stanno stracciando dei giornali. In realtà sta ritagliando immagini della rivolta. Poi si stacca su incontri con partecipanti di diversa umanità. Ma il manicomio con il suo assistito ritorna svariate volte, cercando di mostrarci un sogno – quello della primavera araba – penetrato pure nei posti più disparati.

C’è una conversazione con i componenti di un posto di blocco, tesa a esaltare la partecipazione e comportamenti pacifici dei manifestanti. C’è un avvocato deluso di Ben Ali: “All’inizio tutto andava bene” il cui racconto è alternato con le immagini dell’ultimo discorso di Ben Ali. Il dittatore appare impacciato nervoso disorientato. Si arriva anche a Sudi Bouzid, luogo di nascita della rivoluzione. L’assassinio compiuto dalla polizia nei confronti di un ambulante contestatore fu il casus belli della prima delle rivolte arabe.

Nel documentario nessuno guarda in camera, a indicare un finto distacco. Tutto è collegato con un bel montaggio veloce usando perfino filmati di repertorio e amatoriali.

Il regista si sofferma su eleganti immagini colorate, bei visi, gente convinta, pacifica, idealista: l’importante è tranquillizzare. Nel collage delle immagini pure il movimento islamico Ennadha sembra uno strumento positivo. Opposto dal film di Hinde Boujemaa dove appariva evidente la tensione e le differenze fra i vari aneliti spirituali della rivoluzione.

Il film si termina nel luogo in cui era iniziato: nell’ospedale psichiatrico.  L’autore ha una grande passione: tutti siamo uguali visti dalle mani. E, infatti, le mani del pazzo hanno prodotto il risultato dei tanti volti e delle tante sfaccettature della rivoluzione.

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