Milos Forman – Il biografo tragico che celebra la vita

29/10/2012 by Annalina Grasso
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E’ specializzato nel raccontare le vicende dei personaggi più stravaganti , geniali e discutibili della storia, il cineasta Ceco nato nel 1932 a Caslav ; Jan Tomáš Forman,cresciuto con i film di Chaplin , Keaton, Ford forse per non pensare troppo alla sua infanzia tragica  (padre giustiziato in un campo di concentramento di Buchenwald,  madre deportata ed uccisa ad  Auschwitz e fratello morto in un incidente), ma che nei suoi film celebra sempre la vita.

Respinto  al test d’ammissione alla Scuola d’Arte Drammatica di Praga, Forman  frequenta  i corsi di sceneggiatura del FAMU, il dipartimento di cinematografia nazionale.  Il debutto  come  regista avviene  nel 60′ con “Laterna Magika II”. Parte quindi alla volta di Parigi dove diventa  uno dei maggiori esponenti della nouvelle vague, grazie a film  come “Gli Amori di una Bionda” che si aggiudica la nomination all’Oscar nella categoria Miglior Film Straniero. Costretto  a lasciare la  Francia durante la Primavera di Praga, il talentuoso regista emigra negli Stati Uniti e  sarà la svolta nella sua carriera diventando uno dei registi più acclamati e considerati durante il ventennio 1970-1990. Non conquisterà solo il pubblico con le sue pellicole ma anche la tanto desiderata  cittadinanza americana che festeggerà con il suo primo capolavoro da americano: il dramma psichiatrico “Qualcuno volò sul nido del cuculo”. Ma Forman aveva già dato prova in America , prima di essere davvero americano e prima del suo capolavoro, di saper unire ,attraverso la commedia “Taking off”, l’umorismo boemo al tipico stile della commedia americana in maniera originale, di saper raccontare, lui, cecoslovacco, i conflitti generazionali americani. La pellicola fu premiata a Cannes e a Belgrado.

Si nota subito attraverso gli sguardi e i primi piani dei protagonisti che c’è una vibrazione amara, un’ironia tipicamente americana che mette in una situazione difficile  il personaggio per poi farlo reagire: un modo di raccontare una storia  che mette insieme il cinema di Chaplin, la maschera  che sapeva far ridere e piangere,  e quello di Keaton, il comico che non rideva, che fece dell’impassibilità il suo successo.  Ne viene fuori qualcosa di eccezionale, di unico, che mai sfocia nel retorico e nella propaganda, in un manifesto di lotta esasperata contro qualcuno o qualcosa. Questo non si troverà mai nel cinema del cineasta polacco. Non c’è molto spazio per  i campi lunghi nei film di Forman, non c’è autocompiacimento stilistico, non c’è lo strizzare l’occhiolino qua e là tanto per omaggiare un cineasta e sedurre il pubblico andando sul sicuro. Forman non si specchia nei suoi film, delimita spazi metafisici nei quali inserisce i suoi protagonisti senza giudicarli, mostrando i loro punti di vista, raccontandoli con gusto.

E racconta con molto gusto i personaggi del superbo e commovente: “Qualcuno volò sul nido del cuculo”, (tratto dal romanzo omonimo di Ken Kesey,nel 1962   il film che ha vinto un totale di 28 premi, tra cui: Premio Oscar nel 1976 come miglior film , miglior  regia, migliore attore protagonista (Jack Nicholson), migliore attrice protagonista (Louise Fletcher), migliore sceneggiatura, David di Donatello, Nastro d’Argento . Insieme ad “Accadde una notte” ed “Il silenzio degli innocenti” uno dei pochi film nella storia del cinema ad aver vinto tutti e cinque gli Oscar principali per un tema delicato e toccante come il disagio negli ospedali psichiatrici .Ma c’è tanta carne al fuoco in questo capolavoro profetico ed innovativo: dalla contestazione, ai diritti dell’individuo, dalle intolleranze etnico culturali alla malattia mentale in rapporto con la società, fino alla contestazione come metafora di vita che sarebbe avvenuta nel ’68. Ci sarebbe potuto essere il rischio di fare una grande calderone, ma Forman è un grande ritrattista che sa unire la descrizione personale dei suoi personaggi bizzarri all’insegnamento dei grandi cineasti del passato con cui è cresciuto dei quali si trovano profonde tracce come in questa  pellicola: il romanticismo di Ford soprattutto riguardo ai luoghi, l’ambientazione; la poetica  malinconia di Chaplin e una certa comicità amara ed imperturbabile alla Keaton.

Forman mostra una clinica psichiatrica in apparenza“ideale” con campo di basket e piscina, una sala per l’idromassaggio ; dove i pazienti  sono suddivisi per gravità di malattia e i medici  si palesano  solo quando devono  dare  i piu’ disparati giudizi sulla salute mentale e sulla pericolosità di Mc Murphy, un pregiudicato che si finge pazzo, come si fingeva pazzo il giornalista protagonista del film noir di Fuller “Il corridoio della paura”, per sfuggire  al carcere, interpretato da un magistrale Nicholson (ricorda a tratti il folle Gassman nel film di Risi “Anima persa”)  che smaschera il carattere repressivo ed ipocrita della clinica. Indimenticabile anche l’odiosa infermiera Ratched , personificazione dell’arroganza dell’autorità del  potere , Billy Bibit, un ragazzo introverso e affetto da balbuzie e il sordomuto  (finto) indiano“Grande Capo” con i quali il ribelle Mc Murphy instaura un bel rapporto di amicizia, invitandoli a stravolgere il “nido del cuculo”(la struttura ospedaliera, dove il termine cuculo in senso traslato vuol dire pazzo) ,con le sue regole e tentano di scavalcare quella recinzione di nevrosi che si sono costruiti oltre a ribellarsi alle regole imposte dal sistema. La rivolta sarà breve, l’agognata libertà anche, ma lascerà dei segni.

Di speciale e di illuminante fuori , dopo aver sfondato la finestra, c’è semplicemente la natura , dove ritrovare lo spirito perduto che rende davvero liberi gli uomini.

A differenza di Fuller che puntava sull’emotività attraverso un percorso allucinante , Forman punta sul ragionamento  e sull’anima dei personaggi , sul concetto di pazzia, e su quello di normalità che si sintetizza perfettamente in una battuta  di Mc Murphy:” Ma che cosa vi credete di essere, pazzi? Davvero? Invece no, invece no: voi non siete più pazzi della media dei coglioni che vanno in giro per la strada, ve lo dico io.”

Dopo il drammatico e musicale “Hair “, Forman racconta un altro personaggio straordinario: W. A.  Mozart (Tom Hulce )attraverso gli occhi o per meglio dire l’invidia e l’odio del rivale musicista  Antonio Salieri (F. Murray Abraham) . Con “Amadeus” il regista polacco gioca sul contrasto tra genio e mediocrità, potrebbe sembrare che questa dicotomia sia riferita ai due protagonisti antagonisti: geniale è solo Mozart mentre Salieri è un semplice impiegato della musica invidioso di lui, talmente invidioso (  “Io piacevo a tutti, anche a me stesso… finché non venne lui”),che odierà Dio per non avergli dato il dono in cambio della sua castità, di cui invece beneficia il compositore salisburghese. In realtà Forman si riferisce anche allo stesso Mozart , il suo essere cosi geniale, sorprendente, rivoluzionario, sensibile, ma libertino, egoista, auto celebrativo, presuntuoso, sregolato (mori’ a soli 35 anni), volgare,  fisicamente non era bello anzi sgraziato con una fastidiosa risata, impegnato a curare  il suo essere artista piuttosto che il suo essere uomo. Forman non mette i suoi personaggi su di un piedistallo,  cosi come non esalta del tutto Mozart, celebra il tuo genio attraverso le musiche ma evidenzia anche in lui una certa mediocrità tipica degli artisti, che risiede soprattutto nella personalità, e nello stile di vita. Di sicuro per lui sarebbe valsa la frase pronunciata  nel film di Visconti “Morte a Venezia”: “La strada maestra porta solo alla mediocrità”. Chissà forse la strada maestra non avrebbe portato Salieri dritto dritto in manicomio dove confessa ad un prete il suo odio per Dio e per Mozart , senza pentimenti ,ma anche la sua inevitabile ammirazione per quest’ultimo  (“Quella non era la composizione di una scimmia ammaestrata. No, era una musica che non avevo mai udito, espressione di tali desideri, di tali irrefrenabili desideri… mi sembrava di ascoltare la voce di Dio. Ma perché, perché Dio avrebbe scelto un fanciullo osceno quale suo strumento?”). Salieri si era fatto un’idea molto comune di Dio, , basata sul sacrificio, una sorta di scambi di favore ed inevitabile sofferenza e rancore. Un patto simile con Dio di certo non l’aveva fatto Mozart  che manifestava naturalmente il suo demone interiore con le sue opere  supreme espressione di sofferenza e terrore che hanno però qualcosa di estremamente voluttuoso, violento ma sensuale. Forman è riuscito in maniera impeccabile anche in questo: vestirsi da critico musicale e presentarci la vera anima artistica e strutturale del genio austriaco omaggiando anche Praga.

Rimarranno delusi o si arrabbieranno i pochi sostenitori di Salieri mentre gli osservanti mozartiani potrebbero aver da ridire  oltre che sulla non totale fedeltà storica,su qualche libertà presa sulla genesi del “Requiem”commissionata dallo stesso Salieri vestito di nero al suo rivale ,  spacciarla poi per sua  , suonarla al funerale di Mozart e poter finalmente sentire: «Anche Salieri è stato toccato da Dio». In realtà Forman ammorbidisce i lati negativi del compositore italiano che nel dramma di Shaffer , da cui è stato tratto il film, sono decisamente marcati . La leggenda che poi voleva Mozart avvelenato dallo stesso Salieri è priva di fondamenta.

Otto premi Oscar: film, regia, sceneggiatura, attore (F.M. Abraham), costumi, suono ,trucco ,scenografia.

C’è posto anche per una  parentesi sfortunata dell’elegante e sinuoso film “Valmont”basato sul romanzo epistolare di Choderlos de Laclos che ha ispirato  già in precedenza pellicole come “Le relazioni pericolose” nel1960 di Vadim e quelle del 1988 di Frears . Ha pagato lo scotto di essere venuto dopo questi due grandi successi di critica e di pubblico. Da rivalutare soprattutto in chiave romantica.

Ma Forman torna alla grande nel 1996 con il film che forse gli somiglia di più: l’ambiguo e paradossale “Larry Flynt- Oltre lo scandalo”che sicuramente ha messo in imbarazzo buona parte degli spettatori. La storia è quella vera di Larry Flynt che nel film fa anche una breve apparizione addirittura  nei panni di un giudice, lui  che, uscito da un’infanzia contadina misera ed infelice, diventa gestore di locali di spogliarello e negli anni ’70 direttore ed editore miliardario  di “Hustler”, rivista pornografica  di grande successo a subire un processo per cattivo gusto.

Personaggio complesso, bizzarro ma anche tragico e commovente , quello che mette in scena Forman,  tenendolo però sempre  saldamente  dentro la sua miseria, ponendosi delle domande e offrendole al pubblico  sottoforma di una retorica molto efficace : perché mai un uomo cosi cinico , perverso ha il diritto di diventare miliardario offendendo attraverso immagini gran parte della gente? Solo perché ha avuto un’infanzia povera? Perché in seguito ad un attentato che lo costringerà su di una  sedia a rotelle, dovrebbe diventare un caso umano per cui provare compassione? Il regista lascia che sia il pubblico a riflettere e a giudicare. Fatto che sta che quando è stata la Corte Suprema a giudicare Larry Flynt, ha decretato che il cattivo gusto non è una questione che riguardi la legge, cosi Flynt nelle vesti di giudice si assolve, vincendo la sua battaglia a difesa della libertà di stampa e di parola anche con mezzi piuttosto banali (mostrando immagini di donne nude e immagini di guerra, per poi porre il classico interrogativo “cos’è meglio?” “Cosa vi offende di più?” “Il sesso o la guerra?”E ovviamente chiunque sano di mente a questo interrogativo categorico e furbescamente drastico risponderebbe la prima opzione) Diritti basilari soprattutto per la  famigerata democrazia americana  ,ad ogni modo ipocrita ( spopolavano tante  altre riviste di cattivo gusto oltre a “Hustler”) e moralista ma soprattutto profondamente e politicamente cattolica con cui Flynt pare non abbia fatto i dovuti conti, sottovalutando la grande presa che puo’ avere la religione sulle persone.

Vince solo questa battaglia Flynt, quella pubblica, insieme al suo rampante avvocato ; il suo privato rimarrà sempre discutibile e misero, ai “margini della vita”, sembra esserne consapevole anche lui ad un tratto in questa pellicola che parla di scandali ma non è scandalosa. Orso d’oro a Berlino 1997.

Il 1999 è l’anno da dedicare ad una storia comica, quella di Andy Kaufman  (Jim Carrey),un comico del quale si capisce se sia davvero un genio provocatore e politicamente scorrettissimo oppure un cialtrone idiota, molto famoso  in America quasi sconosciuto in Europa morto per un cancro ai polmoni a 34 anni.

Come in “Amadeus” anche qui c’è terreno fertile per ragionare intorno alla follia e al genio, allo spettacolo, all’ossessiva lotta contro la banalità, al masochismo.

Tutto questo è “Man on the Moon”che tra insulti alle donne e ai meridionali e imitazioni di Elvis , scava nella morale ponendo la questione di come i media influenzino e modellino la psiche facendo degli esseri umani dei prodotti commerciali.

Difficile discriminare tra veridicità del pensiero personale del regista e adeguamento ad una certa opinione pubblica e del pubblico ai fini della riuscita e del successo di un film; dietro l’angolo ci sono sempre moralità , comune senso del pudore, rispetto per la sensibilità a cui dover rendere conto nonché il fatto che il pubblico molto spesso è umorale e si stanca facilmente. Di certo  Forman è un regista che rispetta il suo pubblico senza rinunciare al suo punto di vista personale per paura di non piacere o di non avere il giusto riscontro al botteghino (cosa per altro normalissima per uno che ha scelto di fare questo mestiere), il cerchiobottismo non gli si addice.

Non ha infatti rinunciato a rischiare con il film più politico che storico “L’ultimo inquisitore”nel 2006 , ma come ha dichiarato lo stesso Forman che di sicuro non si è mai definito “artista politico”, “qualsiasi storia che tu racconti, dato che stai trattando la vita delle persone, tu tocchi sempre la politica. In arte qualsiasi cosa tu faccia è politico”. Inevitabili alcune polemiche riguardanti la trattazione dell’Inquisizione spagnola e alcune incongruenze storiche nonché qualche accusa sbrigativa e superficiale di eccessivo intellettualismo che mal si combina con la fantasia che farebbero de “L’ultimo inquisitore” un film bello da vedere ma vuoto; soprattutto perché il regista non ha deciso di soffermarsi dettagliatamente sulla vita di uno dei più grandi pittori del ‘700 : Francisco Goya. Forman non ha voluto mettere in scena una biografia romanzata, ma ha voluto mostrare altro: rappresentare la ripetitività dannosa dei cicli storici e del potere soprattutto quello religioso, con  il suo fanatismo oscurantista ,e le sue ingiustizie attraverso gli occhi e i capolavori dell’artista Goya. E’ un’ opera suggestiva, di atmosfera , di colori, non retorico, che nasce dentro ai quadri del pittore spagnolo che  non ebbe mai nessun tipo di coinvolgimento politico, non voleva inimicarsi nessuno. Uomo pragmatico a differenza di Padre Lorenzo che vuole cambiare il mondo, ma in un modo sbagliato, prima come inquisitore e dopo come  ministro di Giuseppe Bonaparte. Lascia un po’ straniti e una certa amarezza mista all’ironia questa cavalcata di eventi e carrellata di personaggi magistralmente interpretati da attori come Javier Bardem (l’ultimo inquisitore), Natalie Portman in un doppio ruolo (musa ispiratrice di Goya e presunta eretica e sua figlia che diventerà una cortigiana), Stellan Skarsgard (Goya) su tutti gli altri, per raccontare la fine della caccia alle streghe, l’ascesa di Napoleone , servitore dei grandi ideali della Rivoluzione Francese ma anche del suo egoismo e dei suoi interessi, la  liberazione  della  Spagna dal dominio della monarchia e della Chiesa, liberando tutti i prigionieri e deponendo i regnanti. Fino alla  restaurazione , con l’arrivo dell’esercito  inglese per cacciare gli invasori francesi. Per raccontare come il sonno della ragione genera mostri.

Ha vissuto differenti sistemi culturali Milos Forman: la democrazia della Repubblica Cecoslovacca, il Nazismo, il Regime Stalinista, il Regime Comunista fino ad arrivare a celebrare con vigore e ambizione l’amore per la vita e per il cinema negli Stati Uniti.




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