Milano 18 – Mirage à l’italienne (2013)

06/11/2013 by Michela D'Onofrio
2013, Documentario, Film Europei, Francia, Milano Film Festival, Recensioni, Speciale festival di... divider image
Mirage à l'italienne (2013)

L’annuncio pubblicitario che si muove in bella vista sui tram per le strade di Torino recita: “Cerchi lavoro? L’Alaska ti aspetta”. Dopo lunghi colloqui da parte dell’azienda, su oltre 400 richieste sono selezionati solo cinque individui: una ex eroinomane che sta tentando di recuperare il rapporto con i suoi figli, un meccanico che non riesce a far accettare a suo padre la sua omosessualità, un ex militare che non è più soddisfatto del suo attuale lavoro, un pubblicitario che ha perso suo figlio, un attrice di teatro fallita che spesso non ha nemmeno i soldi per comprare il biglietto del tram. È un caso che siano stati reclutati cinque casi disperati oppure l’azienda sta collaborando a un progetto umano per ridurre la disoccupazione e prestare servizi di assistenza a chi ha disagi personali?

Questa è solo una delle tante questioni che restano irrisolte in Mirage à l’italienne, un film che conduce gli spettatori fino alla fine dei suoi 90 minuti senza dare spiegazioni, che guida lentamente la vista e l’ascolto attraverso una serie di situazioni autoreferenziali che non sono state approfondite. Chi sono questi individui? Possiamo sfiorarli ma non possiamo comprenderli; possiamo avvertire la loro sofferenza ma non possiamo accogliere il dolore che hanno sopportato. Sono cinque figure stilizzate che restano intrappolate dietro lo schermo e non riescono ad evolversi in dipinti.18° Milano Film Festival

Allora a cosa abbiamo assistito? Le risposte ai tanti perché possono emergere solo leggendo alcune interviste rilasciate dalla regista Alessandra Celesia e provando ad interpretare il suo intento. La Celesia dichiara di aver riproposto una situazione avvenuta precedentemente a Torino nel 1995: dopo aver contattato un’impresa che ha sede in Alaska sono stati organizzati dei falsi colloqui con l’intenzione di far emergere la rabbia e la disperazione dei cittadini disoccupati e offrir loro un reale posto di lavoro in un Paese lontano dall’Italia e dai tanti problemi. Purtroppo il fato si è rivoltato contro questo esperimento messo in atto dalla volontà della regista: una volta arrivati in Alaska i cinque “disgraziati”scoprono che il lavoro che era stato promesso non esiste più. È stato tutto un miraggio, un’illusione ottica snaturata che ha coinvolto in primis le “cavie” di questo esperimento e poi anche lo spettatore.

Il buon fine della regista avrebbe giustificato i mezzi utilizzati se fossero state tenute in considerazione le conseguenze di questo intervento e le difficoltà che si incontrano nella pretesa di voler rappresentare un fenomeno assai complesso e multiforme, fenomeno che alla fine si trova sminuito in uno spettacolino dove la finzione e la realtà non sono complici ma restano sostanze poco amalgamabili.

Voto:stella mezza

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