Outrage (2010)

08/09/2012 by Roberto Colasante
2010, Crimine, Drammatico, Festival di Venezia, Film Asiatici, Giappone, Recensioni divider image
Outrage (2010)

In una tremenda battaglia per il potere, molti clan della Yakuza, la mafia giapponese, rivaleggiano per mettersi in buona luce. Avidi doppiogiochisti in doppiopetto e imbottiti di armi cercano di conquistare posizioni tessendo ordite trame e costruendo alleanze che si spezzano ancor prima di nascere in una parata di rese dei conti sempre più violente. Il vecchio tirapiedi Otomo, interpretato dal regista stesso, Takeshi Kitano, ha visto quelli come lui trasformarsi e diventare pian piano attori importanti sulla scena della finanza. In favore della brama di potere, la nuova generazione di gangster nipponici ha oltraggiato il valore dominante di un intero popolo, di un’intera cultura, l’onore.

Outrage è un film di una violenza e di una misoginia scombussolatamente inarrestabile. È una macchina che si svolge da sola, che tutto pialla.

Quanti giapponesi ci sono in questo film? E quanti pochi ne rimangono alla fine?

La parodia o la fonte o il lato umano di questa macchina è proprio l’impassibile Beat Takeshi, che qui prepara la sua firma e la sua fine, sapendo di andare sempre più a vuoto, che i suoi interventi, sia in veste di attore che in quella di regista, non saranno mai in direzione del senso antico della riconciliazione tra gang e neanche nel senso di una possibile convivenza qualunque, in un Giappone che appare solo teatro di questo danaro criminale, insieme corrotto e piallatore a sua volta, instauratore di un ordine terrificante.

Gli onorevoli samurai di Mizoguchi e Kurosawa sono superati. Perfino i Brothers dello stesso Kitano sembrano non esistere più. La nuova Yakuza ha tolto dalla valigia il suo cerimoniale, il senso dell’onore, il rispetto quasi religioso delle gerarchie. Del gusto per l’ironia grottesca che strappava sorrisi e delle battutacce perforanti come proiettili (“A chi hai detto fottuto giapponese?”) non v’è traccia.

Quasi del tutto abolite le forme di comunicazione linguistica che non siano ordini di servizio o scarni piani strategici per far fuori qualcuno. Ridotta al minimo la gestualità, nulla che sia affidato allo sguardo oltre il puro atto del vedere. Si procede per accumulazione solo nel fare a pezzi i membri del clan rivale e nell’andare oltre tutte le barriere dell’oltraggio, del ledere, del negare, del mentire.

Kitano tira le somme di un percorso ormai ventennale: è ancora credibile il pensare a una convivenza tra esseri umani che non sia questo?

Uccisione dopo uccisione, morte dopo morte, scalata dopo scalata Outrage non fa che accumulare cadaveri come in un campionario di modi per uccidere una persona, disinteressandosi nella maniera più assoluta di dare un tratto distintivo ai propri personaggi: servono solo per causare o essere vittime di omicidi. Senza anima, senza approfondimento psicologico.

Un vuoto che sconfina della piattezza. Ma molto probabilmente è questa la chiave di lettura, o di visione, del film. C’è il vuoto, proprio così, e il vuoto lo si rappresenta col vuoto.

È Tokyo, ma potrebbe essere qualsiasi altra metropoli, vuota di chiunque altro non sia uno Yakuza, interni ed esterni sono accuratamente ripuliti da qualsiasi traccia del passaggio di un’umanità diversa. Le poche figure femminili, escort mute e immobili, sono funzionali a questo mondo di assassini.

Crea disturbo tutto questo perché è soppressa ogni concessione consolatoria. Non c’è immedesimazione di alcun tipo. Siamo lasciati sulla porta a guardare allibiti, a tirare il fiato, se di Yakuza si parla questa è la realtà e non c’è verso di farsi coinvolgere emotivamente.

Forse Beat Takeshi, seppur autore-simbolo dei postmoderni anni Novanta, ha voluto chiarire una volta per tutte che non sempre osservare il male genera catarsi, e che i veri killer a sangue freddo non parlano di fumetti né tantomeno di big mac.

Voto:

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