Venezia 69 – Paradise: Faith (2012)

08/01/2013 by Roberto Matteucci
2012, Austria, Drammatico, Film Europei, Francia, Germania, Mostra del cinema di Venezia, Recensioni, Speciale festival di... divider image
Paradise: Faith (2012)

“Dio avrà molto da fare.”

Il regista Ulrich Seidl ha diretto Paradise: Faith costruendolo appositamente per procurare scandalo, e ha ottenuto il risultato opposto: giustamente non glien’è fregato niente a nessuno. Devo essere sincero, non ho tanto compreso questo film; anche perché si tratta di una trilogia e Paradise: Faith è il capitolo di mezzo, però qualcosa mi sfugge sul pensiero del regista.

Siamo a Vienna, Anna Maria è una donna matura. Ha una forte fede e partecipa con altre persone a gruppi cattolici: “Siamo le truppe d’assalto della Chiesa”; è un marine senza paura della religione, una donna precisa, puntigliosa, sola, vive in una bella casa sobria ma stracolma di simbolici cristiani, con una predilezione alle croci. Inoltre, offre il suo corpo alla punizione dei peccati e dei peccatori. Recita il rosario attraversando la casa in ginocchio, oppure indossa il cilicio o si fustiga per salvare l’umanità. Soprattutto, coraggiosamente, compie opera di proselitismo, visitando le case fatiscenti di emigrati o persone sole, con una grande statua della Madonna in braccio.

Durante questi incontri scoprirà le varie deficienze della vita. Un giorno, improvvisamente, appare alla porta un arabo, un musulmano in carrozzina a causa di un incidente: l’uomo Nabil è suo marito. La sua fede gli impedisce di cacciarlo, il matrimonio è indissolubile, perciò lo accetta in casa. Però il rapporto fra i due diventa incandescente, specialmente per le pulsioni sessuali del marito non corrisposte dalla moglie. Lui dà la colpa al suo credo. Per lui è la devozione a Dio il motivo del rifiuto della sposa. Lo scontro sarà frontale. Nabil distruggerà tutti i simboli cattolici, mentre lui continuerà a pregare. Anna Maria ha avuto un passato, la sua fede è successiva e la forte partecipazione totale dipende da un avvenimento, un evento sconosciuto. La sua religiosità è sentita come una punizione, anziché come una gioia di vivere la comunità di Dio. Con l’arrivo di un uomo, le sue angosce, le sue traversie morali saranno scoperchiate. Perché le richieste sessuali del suo sposo non gli sono indifferenti. Il sesso è una gioia, ma lei riesce a viverlo solo trasformando in boccaccesche vicissitudini il suo culto. Perciò la vediamo masturbarsi accarezzando il corpo di Gesù su una croce oppure usare il crocefisso come un dildo. La fede è anche dubbio e incertezza.

Tutto il film è girato con camera fissa, mantenendo sempre tutte riprese nella stessa posizione, non c’è movimento o segno di vita, salvo quelli dei personaggi. Il regista gioca principalmente con i simboli religiosi, colpevoli di sostenere la donna. La loro iconoclastia è una liberazione. Divertente è la scena della causa emergente delle sue titubanze. Di sera, Anna Maria di ritorno da uno degli incontri di evangelizzazione, vicino a casa su un prato – praticamente come se fossero in uno stadio il giorno del derby – una decina di donne e uomini sono coinvolti in un’orgia colossale.

Sente la necessità di curiosare, rimanendo pietrificata dalle posizioni e dalle urla di piacere. Esteticamente c’è un’eccessiva staticità, sollevata da una buona scenografia, e da un’attenta analisi emotiva conflittuale fra marito e moglie. Nabil picchia Anna Maria, ma lei si difende con tanta energia. Sa resistere alle sue richieste.

“Ringrazio Dio che hai avuto l’incidente” è la sua affermazione convinta al marito peccatore.

Dovrebbe essere un film sui dogmi vissuti in maniera eccessivo. Eppure non c’è passione, anche perché il contrasto fra cristiani e islamici è impari. Se la motivazione di Ulrich Seidl è presentare i vantaggi del laicismo (per il regista il solo vantaggio è il sesso) in contrasto con i fondamentalismi religiosi, perché la figura del marito è inesistente, lasciando così incompiuto l’opera? Certo, la codardia del regista è evidente. Se avesse martoriato i simboli musulmani come è stato capace per quelli cattolici avrebbe avuto sulla sua testa una fatwa di morte. Perciò, non essendo uomo libero, lascia il lavoro a metà, scagliandosi sui deboli e arruffianandosi i forti. Eppure la religiosità ha un movimento abbastanza unico i tutte le varie fedi, lui ne descrive una parte, tralasciando l’altra. Nulla serve introdurre nella storia un musulmano maschilista e manesco.

Questo non è laicismo, positivismo è solo paura.

Bella la sua visione della fisicità. Entrambi i corpi sono brutti, deformati, malati, cadenti. Fra i coniugi ci sono delle lotte fisiche limitate dalla loro corporeità. Tanta miseria è il simbolo del distacco fra fede come concetto di anima e quella del corpo, fisico, decadente ma sempre accesso nella eccitazione erotica.

Concludo ricordando che il crocefisso fu già utilizzato come oggetto sessuale già quaranta anni fa da William Friedkin, perciò il suo scandalismo è antiquato. E poi mi rifiuto di commentare le scene del cilicio e della fustigazione, troppo facile sparare all’autore in questo caso.

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