Tre passi nel delirio – Toby Dammit (1968)

17/06/2012 by Laura
1960 - 1969, Film Europei, Francia, Horror, Italia, Mystery, Recensioni divider image
Tre passi nel delirio - Toby Dammit (1968)

Il 12 settembre del 1968 esce in Italia Tre passi nel delirio. Tre cineasti di fama mondiale creano brevi racconti di assoluto fascino: Federico Fellini, Louis Malle e Roger Vadim. Il terzo episodio dal titolo Toby Dammit, è l’adattamento del racconto di Edgar A. PoeNon scommettere la testa con il diavolo” da parte del regista italiano. Il film narra alcuni giorni nella vita di un attore alcolizzato che accetta di girare una parte in un western all’italiana. Ossessionato da inquietudini, incontri e visioni, troverà la morte dopo una folle corsa in auto.

L’analisi di alcuni elementi presenti nel racconto di Poe e nella versione cinematografica di Fellini possono condurci a interessanti spunti e suggestioni che portano al regista americano Stanley Kubrick. Il biografo di Kubrick, Vincent Lo Brutto conferma il rapporto tra i due registi e lo fa risalire al periodo di lavorazione di 2001: Odissea nello spazio (1968). Da questo momento inizia una fitta corrispondenza tra i due. Un’ulteriore importante testimonianza in questo senso proviene dal regista Federico Greco che ha raccolto le memorie di Emilio D’Alessandro, stretto collaboratore di Stanley Kubrick per gli ultimi 30 anni della vita del regista americano. Emilio afferma che tra Fellini e Kubrick esistevano ottimi rapporti e stima reciproca e che trascorrevano molto tempo al telefono parlando di cinema. Per gentile concessione da parte di Federico Greco riporto un breve brano del dattiloscritto depositato come inedito:

“Spesso capitava che dovessi anche improvvisarmi interprete dall’inglese all’italiano e viceversa. La maggior parte delle volte questo capitava quando Stanley era al telefono con Federico Fellini con il quale, per un certo periodo, si era sentito molto spesso, circa una volta a settimana fino alla morte del regista italiano”.

Si può ritenere, con un buon grado di approssimazione, che il Toby Dammit di Fellini abbia contribuito a costruire un certo immaginario e parte dell’iconografia kubrickiana per i film successivi al 1968.

Il finale di Toby Dammit vede il protagonista in una folle corsa notturna su un’auto sportiva. Alcuni passaggi tratti dalla sceneggiatura del film ricordano in modo preciso la scorribanda dei Drughi di Arancia meccanica prima della violenza.

INTERNO FERRARI – ESTERNO STRADE

Dammit, serio, con una specie di felicità contenuta, guida la macchina a forte velocità. I suoi gesti hanno perduto ogni incertezza, ogni goffaggine; le mani impugnano il volante e il cambio con sicura decisione. La macchina si avventa per una strada di collina, buia, dove alberi tozzi si sporgono dai bordi della via. Attraversa paesi e paesetti, non si vede in giro anima viva.

Dammit. Contento di potere finalmente correre, ingrana la marcia più alta, e la macchina fila velocissima con un lieve fruscio.

Dammit corre, corre inebriato, felice; sente appagato il suo desiderio di fuga.

La macchina travolge un cavalletto che sbarra la strada sul quale si legge: “Strada interrotta”; con una violenta, stridente frenata, si blocca proprio sull’orlo di un ponte frenato.

La sceneggiatura prosegue descrivendo la macabra morte del protagonista. Una bambina con la palla che vive nella mente di Terence Stamp e lo invita al gioco ora è l’elemento decisivo che determina la fine. Il ricordo corre veloce al piccolo Danny di Shining, alle sue visioni, alle bambine e alla palla misteriosa dell’Overlook Hotel.

PONTE – ESTERNO – NOTTE

Sull’altro lato del ponte, ritta sulle macerie illuminate dai fari della macchina, è apparsa la bambina bionda. Si sente la sua risatina sinistra, metallica; come una bambola. Con la sua palla esegue uno strano gioco, quasi un sinistro balletto..

La macchina percorre il ponte di volata

Al di là del ponte: la bambina con un piccolo riso agghiacciante, raccoglie qualcosa tra l’erba: un oggetto tondeggiante, poi si allontana di corsa, con la sua solita andatura saltellante, leggera. Un’alba livida… fa apparire qualcosa che prima non si vedeva: un cavo d’acciaio teso tra le due spallette del ponte rotto. Reca tracce di sangue. La Ferrari è ferma poco lontano, di sbieco. Riverso all’indietro, c’è il corpo di Toby Dammit, decapitato. Il cavo di acciaio gli ha troncato di netto la testa. Questo fotogramma, immobile, si trasforma lentamente in disegno: una di quelle figure popolari, a piccoli tratti di penna; è l’illustrazione di un libro, che si richiude. Sulla copertina del libro, c’è il ritratto di Edgar A. Poe.

Le ultime righe della sceneggiatura sono omologhe al finale di Shining: il frame stop di Jack Torrance che diventa soggettiva e avanza lungo il corridoio dell’Overlook Hotel per poi entrare nella fotografia datata 4 luglio 1921 a ribadire la ciclicità della storia. Jack entra nella fotografia e si riappropria dell’eternità.

Voto:

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