Polisse (2011)

16/04/2012 by Roberto Matteucci
2011, César, Crimine, Drammatico, Festival di Cannes, Film Europei, Francia, Recensioni divider image
Polisse (2011)

Un Edipo alla rovescia, un po’ tosto.

A Parigi il reparto tutela minori si occupa dei reati più difficili da affrontare umanamente. Nell’opinione pubblica i delitti più infami, spregevoli, abietti sono quelli perpetrati nei confronti dei bambini; occuparsi di questi casi, affrontare giornalmente il demonio travestito da genitore, nonno, insegnante acceca le capacità umane raziocinanti, minando anche quelle sentimentali, relazionali degli stessi poliziotti. Il male è accanito, possente, quasi impossibile da sconfiggere. I poliziotti del nucleo minori, sono persone normali, hanno famiglie amici, figli: s’innamorano fra loro, litigano, si confrontano come in tutti gli ambienti di lavoro. Eppure una devastazione morale sta penetrando lentamente in loro. È difficile rimane insensibili, affrontare con distacco il quotidiano lavoro, come farebbe un impiegato delle poste. Gli occhi di un bambino maltrattato non sono come un pacco da spedire.

Polisse, della regista Maïwenn, ci racconta della vita del reparto minori in un arrondissement di Parigi. Sono un gruppo agguerrito di uomini e donne, capaci professionalmente e pieni di dedizione per il loro compito.

La Maïwenn è brava. Usa un linguaggio veloce, pieno di ritmo. Il film diventa un collage di frammenti di episodi di disuguale violenza, intersecati con briciole di vita dei poliziotti. La regista ci tiene a differenziare il bene dal male, nello stesso tempo tende ad avvicinare la partecipazione emotiva fino a creare un unico mondo, fino ad avere un’unica storia senza distinzione tra la realtà dei poliziotti e le disavventure di tanti ragazzini frastornati dai maltrattamenti.

Grazie a un agguerrito e spedito montaggio, la pellicola si trasforma una storia corale. Tantissimi sono i personaggi, come molte sono le storie delicate raccontate sinteticamente ma senza morale. Eppure la regista, una morale, la consegna agli spettatori: è quella dei molti bambini, su cui indugia l’occhio della giovane regista. I loro primi piani sono dettagliati, precisi: i loro volti propendono a un’affermazione della loro innocenza di fronte ad un mondo crudele.

Il film è corale ma con una prevalenza di ragazzini, di tutti i tipi, nessuno è escluso: c’è lo sfruttamento minorile degli zingari, i figli violentati dai genitori, ragazzi con fisime adolescenziali, giovani ninfomani cresciute in fretta utilizzando internet, ragazzine prostitute sbattute in mezzo alla strada. Tutti questi momenti sono intervallati dall’esistenza, dalla vivacità dei poliziotti.

La regista è pure attrice: è l’estranea alla compagnia, interpreta una fotografa incaricata di eseguire un book d’immagini sulla vita, sul lavoro dei poliziotti. È l’occhio estraneo, l’occhio del cinema. In realtà – come una metafora – la fotoreporter finisce a inserirsi, a partecipare, a fare gruppo, anche lei non riesce a separare vita e lavoro. La realtà e finzione cinematografica hanno un congresso carnale.

La fotografa/regista gioca molto sulla tensione del poliziotto Fred. Su di lui si sofferma con classici fermo immagine per rappresentare l’ansia, l’inquietudine, l’emotività e la fragilità di Fred nell’affrontare la difficile situazione umana di un bambino. È la cifra stilistica del film: velocità, coralità, fanciullezza e soprattutto la dignità del tono degli interrogatori “È come se parlassimo di cucina, di vestiti.”

Interessante è la dose di onesta cattiva ironia. Come quando i poliziotti deridono una bambina per il suo suggere dei ragazzini per riavere il suo smart phone. Oppure, le comiche effusioni tra marito e moglie alla causa di separazione. Oppure, la confessione ingenua di una madre dedita alla masturbazione del suo bambino per addormentarlo; ironiche perché la madre poteva essere una seguace dell’onanismo degli infanti descritto da Sigmund Freud in Tre saggi sulla teoria sessuale. Oppure la ragazza emo scappata di casa, derisa per suo appariscente look dai poliziotti con un sagace e perentorio: “Sono stati i genitori a scappare.”

La morale s’interrompe e la partecipazione diviene incomprensibile, quando la dicotomia bene e male – seguita dal film fino a quel momento – sparisce. La poliziotta, di fronte alla sconcertante scoperta della mancanza d’innocenza dei bambini, alla quale lei ha creduto lottando con tutte le sue forze, rimane interdetta e incapace di concludere la sua minuscola realtà. Bene e male aiutano nella vita di tutti i giorni. Se abbiamo la sensazione che la nostra morale, per cui lottiamo ogni momento con grande sforzo, non è quella giusta e condivisa, le certezze svaniscono e scoppia la catastrofe interiore. La poliziotta non ha mai letto Scott Heim o Alan Gurganus quindi è incapace di intendere un “Perchè gli volevo bene” pronunciato da un bambino mentre lei si aspettava, dalla vittima, odio e rancore. Le certezze sono finite, la distruzione umana è avvenuta. Con una citazione al bellissimo Mysterious Skin, e raccontando in parallelo due momenti collegati scenicamente, il film termina. Incomprensibile è il ruolo della fotografa, completamente estraneo alla storia e alla sua tensione emotiva.

Il film è uscito in Italia il 3 febbraio, ma non ha avuto riscontri di sorta nelle sale.

  • Cannes 2011: premio della giuria
  • Cesar 2012: miglior montaggio, miglior attrice debuttante

Voto:

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