Promised Land (2012)

21/02/2013 by Roberto Matteucci
2012, Drammatico, Film Americani, In uscita in Italia, Recensioni, Stati Uniti divider image
Promised Land (2012)

“Non si può perdere una partita ancora in corso”.

Gus Van Sant è un autore capace di ricercare temi alternativi nel variegato complesso del cinema americano. I risultati sono alternati. Ci sono prodotti di valore come Paranoid Park sul mondo degli skater, oppure Elephant sul massacro alla Columbine High School. Altri appaiono titubanti come Milk, oppure come Scoprendo Forrester. Nel regista c’è una forsennata ricerca del soggetto alternativo. Tutto il suo cinema ha come base il soggetto, ma poi a volte non riesce a trovare una sceneggiatura altrettanto degna.

Arriviamo alla sua ultima pellicola Promised Land.

Il regista si lancia in una battaglia ambientalista da nicchia. Cerca di conquistare simpatie, e da buon vanitoso si ferma a guardarsi allo specchio. Il tema è il gas naturale. Un’alternativa sicura per le attuali fonti energetiche. Il petrolio è costoso e pericoloso sia in termini economici, sia in guerre. Il carbone è molto inquinato e altrettanto costoso. Non parliamo del nucleare, inviso e deprecato dagli ecologisti di tutto il mondo. Mentre il gas naturale si trova facilmente, pure nel mondo occidentale, e modo economico. Apprendo dal film che la tecnica per estrazione è la fratturazione idraulica. Si fa un bel buco con una mega trivella, s’inserisce dell’acqua e se non basta sostanze chimiche. Si comprende subito l’uso di parole maledette per dei verdi. La sacra acqua da cui è nato il mondo deve essere destinata all’agricoltura e all’allevamento, e non per la perforazione. Le sostanze chimiche adoperate non sono ovviamente neutre per il territorio. Nella campagna americana, l’economia si è retta quasi esclusivamente con l’agricoltura e l’allevamento. Con la crisi e le difficoltà insite in questi settori larghi territori si stanno impoverendo rapidamente. La storia è ambientata in una verde agricola zona della provincia. È inquadrata dall’alto poi si esalta l’ordine e l’andamento pacifico di strade e case ordinate.

Ma prima di entrare nel vivo della storia, c’è un piccolo preambolo per caratterizzare il personaggio di Steve Butler (Matt Damon). È un abile negoziatore della Global, la società di estrazione di gas naturale: “Siamo una società di nove miliardi di dollari”. Quest’ultima frase sarà ripetuta, come una bestemmia, diverse volte nel film. Il compito di Steve è convincere i proprietari di terreno a cedere il diritto di sfruttare il loro suolo. Inoltre ha il compito di seguire le tensioni sociali e politiche della città. La sua abilità sta per essere premiata. In un ristorante lussuoso i manager della ditta lo stanno incontrando per una sua promozione. In contrasto con il lusso, con il vino pregiato, lui si lancia in una filippica sulle sue origini di coltivatore. Ritorniamo al paese. Lui lavora in coppia con Sue Thomason, l’attrice Frances McDormand. La loro tecnica è notevole. Per persuadere la famiglia padrona del terreno agiscono all’unisono. Lui convince il marito con il miraggio di soldi facili mentre Sue adesca la moglie agendo sul sentimento per suo figlio. Gli racconta che la ricchezza del territorio contribuirà ad aumentare il benessere del paese, così da avere un miglior liceo dove il figlio potrà studiare. Perché non c’è alternativa, senza una scuola di cultura elevata, il figlio non andrà al college e sarà costretto a lavori manuale, i quali stanno, tra l’altro, scomparendo. Micidiale! Una tecnica perfetta. Anche perché Sue, in un’altra sequenza, ci presentata il suo figlio adolescente. Comprendiamo il grande amore per lui, protettivo e speranzoso come quando gli parla di baseball. La sera chatta via internet con il figlio, poi lui da buon adolescente vuole chiudere velocemente. Lei si ferma, c’è una pausa di qualche secondo. Immaginiamo un vuoto. Lo stesso vuoto lo troveremo nelle sue vittime commerciali. Tutto sembra procedere bene. Biciclette, bar, negozi che vendono multi prodotti dalle armi alle chitarre, locali dove si bevono boccali stratosferici di birra, e un bellissimo motel, simbolo di tante storie americane. Eppure, i gesti nervosi, un continuo ricordarsi delle proprie origini, l’essere madre di un adolescente da amare, lasciano intravedere il dubbio.

Il regista ci presenta fin dalla prima inquadratura il tormentato dubbio. Al ristorante Steve si lava la faccia. L’immagine è ripresa dall’acqua, il suo viso arriva in seguito, bagnato e perplesso. La scena si ripete nel momento decisivo per le sorti del loro lavoro. Gli abitanti devono votare se consentire le fratturazioni. Prima del voto, sempre lui, si lava la faccia e lo vediamo ancora attraverso l’acqua. Questo genere di stile è molto presente nel film. Insieme al dubbio, in paese arriva Lucas, un giovane ambientalista, il quale sconvolgerà il loro lavoro. Lui è simpatico, bello, dolce, arrendevole con i residenti. Il tifo per il regista è immediatamente per l’ecologista. È ripreso con dolcezza, nelle sequenze arriva da fuori inquadratura.  Se gli affari per Steve sembrano prendere una piega positiva, lui improvvisamente si materializza e la certezza degli abitanti cambia.In una bella sequenza il Lucas tiene una lezione sui rischi della fratturazione in una classe di bambini. È efficace, parla con linguaggio giovanile, utilizzando l’immediatezza dei giocatoli. La sua lezione è spezzata per mostrarci alternativamente la scena all’interno della scuola e Steve nel tentativo di convincere altri proprietari. Purtroppo per loro tutto sta diventando complicato. Il dubbio è crescente e soprattutto si mostra dentro il loro animo con un vigore decisivo. Steve si domanda retoricamente “lo avremmo saputo”, ma stanno diventando nervosi e incerti. Mentre Lucas è sicuro di se, ha una serafica convinzione della sua ragione, invece i suoi antagonisti hanno perso il raziocinio.

 La trama prosegue con una scelta politica pesante da parte dell’autore. Ha compiuto una scelta, la sua motivazione prevale trasformando il finale della storia. Dove nasce il problema del film. Premesso, il prodotto finale è degno di massimo rispetto ma alcuni momenti non sono soddisfacenti. Sono lo stile e il linguaggio a procurargli i guai. Troppo preso dal fine ‘politico’, si abbandona a una ricercatezza linguistica frivola. Oltre la scena del lavaggio del viso già raccontata, abbiamo un’inquadratura di una fotografia di mucche morte e uno stacco immediato con delle mucche vive e vegete in un pascolo. Il regista ci sta urlando in un orecchio: guarda queste povere bestie innocenti, faranno la stessa fine. C’è poi una scena fracassone e ipocrita. Nel tentativo di persuadere un recalcitrante agricoltore inquadra sullo sfondo un bambino con mimetica e fucile. Il padre è morto in Iraq e il fratello si prende cura di lui C’è una ripetitiva di episodi, tutti molto distaccati, a causa perfino di un montaggio lento e tradizionalista. La dissolvenza è utilizzata di nuovo per accentuare l’incertezza personale. Il profilo di Steve si amalgama con la campagna: “’Non sono una cattiva persona.” Verso la conclusione, improvvisamente, Gus Van Sant, ci presenta delle immagini normali della vita nel paese a una velocità supersonica. Eventi positivi o negativi si stanno scatenando? È una scelta di stile anche questo un po’ dubbioso, incerto; forse più un vezzo che una validità narrativa.

Altra sequenza, Steve beve nevrotico della birra, si sta trasformando in un ectoplasma senza certezze, perciò la sua compagna gli parla del figlio ma tutto il resto è sfuocato, solo lui è centrale, la sua è una solitudine evidente. Ho la sensazione di qualcosa di abbozzato, imperfetto. È una storia con una sua linearità, ma c’è abbastanza confusione dello stile.

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