Qualcuno da amare (2012)

17/04/2013 by Piergiorgio Ravasio
2012, Drammatico, Film Asiatici, Film Europei, Francia, Giappone, In uscita in Italia, Recensioni divider image
Qualcuno da amare (2012)

Ci sono registi destinati ad un pubblico distinto (e forse è meglio così). Abbas Kiarostami, classe 1940, nato a Teheran, è uno di questi. Pensiamo sia sufficiente accennare alle sue precedenti opere per rendercene pienamente conto. Anche solo un fugace rimando ad alcune delle sue fatiche cinematografiche, talvolta contrastate  pure dalla stessa critica (basti pensare che questa pellicola, in concorso allo scorso Festival di Cannes, è stata accolta con pareri alquanto contrastanti e parecchi fischi. E forse non a torto).

 Dieci, siamo nel 2002: un marito psicanalista passa le informazioni sulla moglie alla polizia che arriva, le chiude lo studio e la costringe a ricevere i suoi pazienti nella sua auto mentre guida per tutta la città. Il pane e il vicolo (1970) sul rapporto tra realismo e finzione. Homework (1989), dove, denunciando alcuni aspetti controversi della società iraniana, si analizza il tema dell’infanzia. Close-Up (1990): una notizia di cronaca sviluppa una storia che porta la realtà nel regno della finzione. Passando per un devastante terremoto nel nord dell’Iran, pretesto per smascherare le menzogne del cinema (Dov’è la casa del mio amico?, 1987), le vicende di un cinquantenne ossessionato dall’idea del suicidio (Il sapore della ciliegia, 1997) arriviamo adun gruppo di abitanti di una città, alla ricerca di qualcosa in un villaggio rurale (Il vento ci porterà via, anno 1999).

Ritmo lento e contemplativo, intreccio (ammettiamolo) semplice, riferimenti alla poesia persiana e alla filosofia occidentale sono i tratti distintivi delle opere di questo regista dal gusto per l’improvvisazione e che si innestano su sceneggiature appena abbozzate (e si vede), con attori non professionisti (e si vede) e un montaggio che cura da solo (e si vede). Oggi, a fare da sfondo alle sfortunate vicende, c’è Akiko: una giovane ragazza che, lasciando ai suoi ricordi il piccolo villaggio di campagna, si trasferisce a Tokyo. Lei è una studentessa fidanzata con un (tutto sommato) bravo ragazzo di nome Noriaki. Un tipo violento, asfissiante e, soprattutto, geloso (per controllarla, la obbliga a contare le piastrelle del bagno di un bar, dove lei sta passando la serata in compagnia di un’amica, per poi verificare l’attendibilità delle affermazioni della fidanzata). Uscita dal locale, la ragazza sale su un taxi per raggiungere (un’ora di tragitto) un vecchio professore di sociologia (guarda caso la stessa materia nella quale lei è laureata, senza fortuna), vedovo, che si diletta in traduzioni e che non disdegna la compagnia di giovani donzelle. Convinta di doverlo “accontentare” (la sua specialità è quella di pagarsi gli studi offrendosi a facoltosi uomini), subito si infila sotto le lenzuola. Ma l’uomo, irreprensibile e dal buon cuore, più propenso ad una cena intima e a qualche scambio di parole, sembra più interessato ad una conoscenza reale che non fisica. Al risveglio, il nonno (così l’uomo si spaccia agli occhi dello sfortunato fidanzato, profondamente innamorato della ragazza, nonché geloso fino all’ossessione e desideroso di convolare a nozze) la accompagna a sostenere l’ennesimo esame in università. L’affettuosa simpatia tra i due, tuttavia, non produrrà nessun incontro amoroso. L’incessante peregrinare in auto per la città (la scena coi tre protagonisti a bordo del mezzo dura almeno trenta minuti), rende perfettamente il senso di monotonia che avvolge lo spettatore: un continuo girare a vuoto, dove, alla fine, anche gli occhi dello spettatore in sala si appesantiscono a forza di immortalare i medesimi luoghi (bar, casa, tour della città in macchina con lettura integrale di ben sette sms ricevuti sul cellulare dalla povera sfortunata). Dicono che, questo, si chiami cinema d’autore: dialoghi scarsissimi, sequenze interminabili, analisi dell’animo umano e del suo destino, ritrovi di vite smarrite e alla ricerca del proprio percorso, relazioni casuali che vogliono apparire come consuetudinarie, bramosia di una identità, desiderio di uscire da un buio opprimente.

Insomma: una pellicola che, pur confezionata con stile, è votata all’oblio, venendo dimenticata alla svelta proprio per la mediocrità delle sue tematiche, per la sua pretenziosità e per lo sviluppo soporifero e troppo approssimativo.

Voto:2-stelle

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