Venezia 71 – Red Amnesia (2014)

06/10/2014 by Roberto Matteucci
2014, Cina, Film Asiatici, Mostra del cinema di Venezia, Recensioni, Speciale festival di..., Thriller divider image
Red Amnesia (2014)

“Io non ho niente da fare.”

La Grande Rivoluzione Culturale Proletaria cinese iniziò il 25 maggio 1966. Quel giorno un professore dell’Università di Pechino pubblicò un dazibao nel quale accusava il rettore e altri membri del partito, di opporsi alla rivoluzione comunista. Si servì di questo banale episodio Mao Zedong il quale scatenò una guerra contro i fautori del capitalismo, contro le influenze russe, volendo riaffermare la superiorità del popolo nel prendere le decisioni. La struttura stessa dell’organizzazione del partito cambiò. Mao chiamò alla contestazione il popolo, predispose le guardie rosse a difesa della purezza dell’ideologia. Lo scontro con Deng Xiaoping – il rivale nel partito di Mao – fu brutale. Iniziò un periodo di conflitto fra i due gruppi, con la conseguente denigrazione morale e soprattutto fisica. Un’eliminazione crudele nella quale furono coinvolte tante persone, molte delle quali innocenti e non schierate.

L’epoca ritorna come un karma in vita nel film cinese Chuangru – Red Amnesia di Wang Xiaoshuai. È il passato, il tema della storia, sebbene per tre quarti abbia una struttura diversa. Ci racconta il regista:

“Il film esprime questo contrasto tra un passato che non deve essere dimenticato e un presente in cui molto è stato rimosso. Il contrasto generazionale altro non è che l’espressione di questa contraddizione tra passato e presente, la generazione più vecchia da un lato e quella nuova dall’altro.” (http://www.linkinmovies.it/index.php?option=com_content&view=article&id=7088:intervista-esclusiva-a-wang-xiaoshuai-per-red-amnesia&catid=125:mostra-di-venezia-2014-approfondimenti&Itemid=109)

Deng è una donna anziana ma sempre energica e attiva. È rimasta vedova e si sente sola. Ha due figli. Uno sposato, e l’altro un po’ particolare per la tradizione della madre perché non si sposa e vive con un ragazzo: “È un posto troppo strano.” È in conflitto con i figli. La prima chiave tratta un tema molto sentito in Cina in questo momento, quello dell’abbandono degli anziani, della loro solitudine, basti vedere le scene dell’ospizio. Deng non si arrende: “ciò che è tuo, è anche mio” urla al figlio gay. Entra nelle loro case senza chiedere il permesso e senza preavviso. Con i figli non si sente più a suo agio, litiga con la nuora ed è discontinua con il figlio omosessuale: “non si può più fare affidamento sui figli”. Si sente inadeguata e si aspetta di essere abbandonata in un ospizio.

Il secondo tema è la presunta minaccia subite dalla donna e sui dubbi sulla sua sanità mentale, anche perché la abbiamo vista mangiare sola parlando con la foto del marito. Deng riceve delle telefonate senza risposta. Subisce dei danni, come il lancio di pietre contro la finestra, la mondezza gettata contro la porta. In un primo momento i figli sembrano con credergli. Poi appare un ragazzo. Deng lo incontra in svariati luoghi, con il sospetto di essere seguita. Anche il ragazzo è rappresentato in un primo momento, come un fantasma, un’allucinazione. Diventa realtà, la donna lo tratta come un figlio, lo accoglie in casa, ma egli non parla, non sappiamo nulla di lui. C’è una scena surreale quando la donna cerca di farsi sostituire un vecchio elettrodomestico rotto, il ragazzo la segue con l’apparecchio in braccio. Camminano per chilometri, perché Deng si è intestardita di trovare la fabbrica.71 Mostra Internazionale cinematografica di Venezia

La terza parte è la penetrazione del presente con il passato. Deng ha un segreto. Durante la Grande Rivoluzione Culturale Proletaria cinese ha compiuto un gesto cattivo, crudele nei confronti di un’altra persona. I suoi sospetti sono proprio per costui, e gli attribuisce la colpa per gli attuali pericoli. Perciò sta nascendo un collegamento con il suo passato e dalla sua un’azione vile, compiuta contro un’altra famiglia durante la rivoluzione culturale. Il tempo trascorso ritorna alla memoria e Deng sente la necessità di ritrovare il posto lontano, distante dalle città, dove aveva vissuto quando i figli erano ancora piccoli. Era il tempo della rivoluzione culturale, un momento di grande euforia, di utopica speranza. Le palazzine a mattoncini rossi, nelle quali vivevano migliaia di operai, ora sono abitate dai più disgraziati, quelli che non se ne sono mai andati. Il passato e il presente s’incontrano in quelle case ora semi disabitate e fatiscenti.  Deng si sentirà avvolta da un senso di colpa, e con un faticoso atto fisico cercherà di liberarsi da un angoscioso karma.

Un film ottimamente strutturato. Attorciglia diversi soggetti, evocando anche una tensione fantastica. Oltre la parte sociale, c’è una tipologia di giallo sulle colpe della donna.

Lu Zhong è un’affascinante Deng. Calibra bene la parte, accondiscende il regista con le sue manie e i suoi gesti d’ira.

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