Riflessioni cinematografiche, intervista a Mario Sesti – di Annalina Grasso

19/07/2012 by Annalina Grasso
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Riflessioni cinematografiche, intervista a Mario Sesti

Mario Sesti, nato a Messina nel 1958 è un regista, giornalista e critico cinematografico italiano. Laureato in filosofia è stato anche professore presso il liceo Mameli di Roma.

Organizzatore del Festival del Cinema di Roma e più recentemente del Festival di Taormina, Mario Sesti è un vero amante del cinema, collaboratore per “Ciak” e “La Repubblica”, ha realizzato film documentari e scritto saggi cinematografici su Pietro Germi, Nanni Moretti, Mimmo Calopresti e Jane Campion. Oltre a molti film documentario. Tra i suoi registi preferiti figurano: Ophuls, Ozu e Germi.

1)Dottor Sesti, quest’anno alla notte degli Oscar ha trionfato il film muto in bianco e nero“The Artist“; mi vengono in mente le parole di Gloria Swanson nel film “Viale del tramonto”(:”Lo dicevo, che nel cinema c’è qualcosa che non va.

È finito, distrutto. Un tempo, col nostro mestiere, gli occhi di tutto il mondo erano stregati da noi. Ma non era sufficiente per loro, oh no!, dovevano impadronirsi anche degli orecchi. Allora aprirono le loro bocche bestiali e vomitarono parole, parole, parole…”)Che valore attribuisce a questa vittoria e al film stesso in un momento dove imperversa il 3D?

Considero “The Artist” qualcosa di diverso dall’ abbandono alla nostalgia (che invece mi sembrava imperare in “Midnight in Paris”) . E’ come se qualcuno avesse scritto una racconto in forma di poemetto imitando alla perfezione Petrarca o Ariosto: riproducendone la tecnica sorprendente, la grazia luminosa, la finezza di sentimenti o humor o fantaisa. E’ un convincente atto di fede nel cinema come linguaggio quando oggi si crede al cinema solo come aura del passato o immaginario popolare o innovazione tecnologica.

2)Ricollegandomi alla domanda precedente, Lei crede che l’irruzione della tecnologia digitale nel montaggio delle immagini consolidi l’austerità ispirativa degli autori?

Se per “austerità ispirativa” intende personalità, stile, capacità di innovazione, ricerca, pressione di soggettività ed estremismo dello sguardo, io credo che non ci sia tecnologia che possa assicurare noente di tutto questo. Uno tre ai più importanti studiosi americani, David Bordwell, ha dimostrato che le tecnologie nel cinema hanno una andamento “carsico”: scompaiono e riemergono seguendo una logica di continuità e e discontinuità che non ha molto a che vedere nè con lo sviluppo tecnologico, nè con un analisi rigorosamente materialista nè, tantomeno, con il romanticismo dellarograssiva affermazione della libertá degli autori. (per esempio, la profondità di campo, adottata alle origini, poi diventata vessillo della modernitá negli anni ‘ 40 e ’50 eoi abbandonata a causa dell’ egemonia dei formati panoramici – e così il 3D: una tecnologia degli anni ’50, resuscitata nelle ultime stagioni in uno dei momenti di maggiore crisi e disorientamento del consumo in sala). Diceva Fritz Lang che il cinemascope è ottimo per film su serpenti e funerali, e parafrasandolo si potrebbe dire che il 3D sembrava il formato ideale per meteoriti che precipitano sulla terra e dinosauri che che rivolgono famelici il loro muso verso di noi. Poi è arrivato “Avatar”: che ha dimostrato cosa potesse fare per il cinema, il suo

linguaggio e il suo racconto, il 3D – che è un pò quello che” Via col vento” fece per il technicolor. Non sono un fanatico nè del romanticismo del genio dell’ artista, nè del determinismo tecnologico: ma sono molto curioso del mistero per il quale, quando i due si incontrano, sembrano finalmente sapere cosa fare l’ uno dell’ altro.

3)Si può parlare di nuovo cinema,da un punto di vista di collasso dei generi, di mancanza di una riconoscibilità di stili e temi, che genera confusione, i film più disparati disordine che poi diventa quasi un marchio di fabbrica? Penso a film come “Star Wars”, “Il gladiatore”,”Intelligenza Artificiale”, “Spiderman”

Mette insieme film molto diversi di periodi assai distanti. Preferisco, in quest caso, un po’ di filologia. Nuovo cinema è una importante etichetta che, a partire dagli anni 60, dalla nouvelle vague (la quale, peraltro, aveva come modello, in molti dei suoi autori, la capacità di rinnovamento linguistico e generazionale del neorealismo) , ha visto il movimento concentrico di tanti “nuovi cinema” che dalla Cecoslovacchia al Brasile, da Cuba alla Gran Bretagna, dalla Germania all’ Australia, hanno costituito dei sismi periodici che hanno messo sul mercato e nell’ evoluzione della storia del cinema nuovi autori, nuovi stili, nuovi idee. Credo che, se questo è vero, questa ondata centrifuga si sia esaurita alla fine degli anni ’80.

4)Un tema molto incombente di quest’ultimo decennio è quello relativo alla morte, affrontato in varie maniere,penso a Wim Wenders con “The Million Dollar Hotel”, ai fratelli Dardenne con “Rosetta”, a Nanni Moretti con “La stanza del figlio”,a Spielberg con “Salvate il Soldato Ryan”e tanti altri…Ma chi, secondo Lei, ha sviscerato nel vero senso del termine, il tema della morte sul grande schermo?

“La morte è la più grande storia che ci sia” dice uno dei protagonisti de” Lo Stato delle cose” di Wenders. “MIllion dollar Baby” è uno dei film più belli mai fatti sulla morte come perdita e come lutto. Io amo molto l’ episodio felliniano di “Tre passi nel delirio” e credo che la visualizzazione conematogragica che più mi è rimasta impressa della morte è in “Una sera, un treno”. Più di recente n film che mi ha molto colpito, al punto che ci sono ritornato in continuazione con il pensiero per mesi, e che aveva molto a che fare con il rapporo con la morte è” Non mi lasciare”.

5)Noto che a differenza di altri settori,la critica cinematografica si avvale si un linguaggio semplice, non specifico, magari perchè ritiene che al pubblico non interessa oppure non lo capisca? A tal proposito, secondo Lei, la critica cinematografica debba avere anche una funziona educativa verso il pubblico?

Non sono convinto che la critica cinematografica abbia il linguaggio più semplice nell’ ambito di discipline analoghe ( quella musicale, rock e leggera, ad esempio, ha un approccio decisamente più naif). Però, se è così, lo considero un aspetto importante. Come diceva, credo Truffaut, tutti abbiamo due mestieri: il nostro e quello di critico cinematografico. Tutti abbiamo visto un numero di film sufficienti a ritenerci competenti per esprimere un giudizio su un film. Tutti abbiamo litigato su un film a casa di amici o all’ uscita da un cinema. La bellezza irripetibile della critica cinematografica è data dal suo handicap fisiologico ( deve usare le parole per descrivere qualcosa che è fatto sostanzialmente di immagini e di suoni) ma è proprio questo ostacolo insormontabile che la porta inevitabilmente a doversi misurare con la creatività di una scrittura che deve conservare in se le tracce che quelle immagini e suoni hanno inciso nel corpo vivo della nostra esperienza.

Annalina Grasso – Ultimociak.com




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