Sergio Leone (ed Ennio Morricone): quando il cinema italiano era arte

29/05/2012 by Annalina Grasso
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Sergio Leone-Ennio Morricone)

Vivevano a Trastevere ed erano compagni di classe alle elementari Sergio Leone ed Ennio Morricone ed iniziarono a collaborare nel 1964 per il film “Per un pungo di dollari”(con un epico Clint Eastwood ),che diede inizio alla serie di “spaghetti-western”: Per qualche dollaro in più”, “Il buono, il brutto, il cattivo”, “C’era una volta il West “,”Giù la testa”.La cosiddetta “trilogia del dollaro” incassò più di 3 miliardi di lire nella stagione 1966-67.
Sergio Leone( 3 Gennaio 1929, Roma,30 aprile 1989,Roma), è figlio d’arte,suo padre Vincenzo è stato regista del muto, e sua madre Bice Valerian, attrice, esordisce nel cinema lavorando come assistente e comparsa, fra l’altro, in “Ladri di biciclette” di De Sica. Successivamente è a lungo aiuto regista di Mario Bonnard. Dopo aver fatto l’aiuto regia del “Ben Hur” nel 1959 di Wyler e diretto la seconda unità in “Sodoma e Gomorra” di Aldrich, realizzò finalmente il primo lungometraggio,mitologico, tutto suo “Il colosso di Rodi” .
Ennio Morricone(10 novembre 1928, Roma) ricevette la sua formazione musicale al Conservatorio di Santa Cecilia, diplomandosi in tromba e cominciò a scrivere musiche per film nel 1955, lavorando anche come arrangiatore di musica leggera per diverse orchestre e per i dischi dalla RCA Italiana.
Uno dei “compiti”più importanti del cinema è quello di suscitare nello spettatore delle emozioni, dei pensieri, dei ragionamenti ,attraverso linguaggi e stili nuovi ,ma prima bisognerebbe cominciare a considerare cos’è il cinema e se vale per esso la definizione di arte; se deve raccontare solo la realtà, il vero,oppure far sognare,facendo evadere il pubblico dalla quotidianità,renderlo partecipe magari di una favola in cui vorrebbe essere protagonista. In realtà il cinema ha fatto e continua a fare tutto questo,prende spunto dalla realtà per poi magari modificarla,secondo il gusto e la sensibilità,il vissuto,la spiritualità,le convinzioni,l’educazione,la cultura,la personalità del cineasta,dell’autore,del regista,del narratore.
L’arte,secondo il significato più generale platonico,rappresenta ogni insieme di regole adatte a dirigere una qualsiasi attività umana,senza differire dalla scienza,e stando a questa definizione il cinema di Leone unito alla musica di Morricone,è perfetta produzione “d’arte scientifica”,in quanto si avvale di una tecnica sopraffina,di altissima qualità,di professionisti che lavorano alla realizzazione dell’opera. Le storie di leone sono fatte di campi lunghissimi, primissimi piani, di accelerazioni e rallentamenti, di dialoghi scarni,soluzioni di montaggio nuove, e di quel rapporto contraddittorio fra suono e immagine del quale solo lui riusciva a carpirne i segreti,con un uso preordinato,appunto , della musica e della fotografia, creando cosi un universo originale e personale, all’interno del quale anche i silenzi colpiscono, dove nulla si svela. Solo alcuni flashback gradualmente rendono accessibili a chi guarda quei segreti,quei misteri che sono resi attraverso una verosomiglianza necessaria per il regista romano. Ma il cinema di Leone,va ancora più oltre il concetto di arte inteso come mestiere,come frutto di un lavoro di un artigiano, Leone è un uomo libero che sprigiona la sua anima nei personaggi dei suoi film,non si tratta ,quindi,solo di arte meccanica,di movimento, ma soprattutto di arte estetica,per dirla kantianamente,in quanto ha per scopo immediato il sentimento di piacere (scopo principale di un film),in relazione al bello. E di bellezza nel cinema di Leone ce n’è tanta,non è un caso che proprio il suo capolavoro più celebre,”C’era una volta in America” del 1984 è stato presentato venerdi 18 maggio in occasione del Festival di Cannes, in un extended cut di quasi quattro ore e venti, dopo un minuzioso restauro che ha aggiunto spezzoni finora inediti, per un totale di ventisei minuti, laddove il regista li aveva previsti in prima analisi . Si sono visti dunque tre nuovi blocchi ambientati nel 1968,e tre nel 1933.
Finanziato da Gucci e “The Film Foundation “di Martin Scorsese e realizzato dalla Cineteca di Bologna al laboratorio “L’Immagine Ritrovata” in collaborazione con “Andrea Leone Film”(figlio del regista), The Film Foundation e Regency Enterprise,qsto imponente ed epico gangster movie offre ancora una volta l’occasione per celebrare e ricordare questo grandissimo narratore,che operava in piena libertà ed autonomia, l’artista solitario,(Leone stesso dichiarò: « Quando scatta in me l’idea di un nuovo film ne vengo totalmente assorbito e vivo maniacalmente per quell’idea. Mangio e penso al film, cammino e penso al film, vado al cinema e non vedo il film ma vedo il mio…..Non ho mai visto De Niro sul set ma sempre il mio Noodles. Sono certo di aver fatto con lui “C’era una volta il mio cinema”, più che “C’era una volta in America” »), non l’artigiano che si vende al miglior offerente!
1. Non si può non essere affascinati da uno dei temi principali del film,perché riguarda tutti noi:il tempo con i suoi sfasamenti in cui si raccontano cinquant’anni di storia americana attraverso tre momenti (1922-1923, 1932-1933 e il 1968) incastonati come delle gemme preziose in una struttura labirintica che fece parlare ,in primis lo stesso cineasta, di ascendenze di natura proustiana e di rappresentazioni barocche. Il concetto di tempo elaborato e rappresentato da Leone potrebbe ricondurre ad un paragone con quello che è stato definito dai filosofi esistenzialisti il “terzo tempo”, come struttura possibilità. Ma qui si è di fronte ad una delle più originali invenzioni leoniane.Articolato su un vasto uso del flashback,il film ha la struttura narrativa di un labirinto alla Borges, un giardino dai sentieri incrociati, una nuova confutazione del tempo come ha giustamente rilevato Morandini,dove il presente non esiste,ogni attimo si dissolve,dove protagonista invisibile è la memoria nello spazio dilatato ,uno spazio anche sonoro e musicale, riempito dalla splendida ,nostalgica,malinconica,struggente colonna sonora di Morricone(“Once Upon a Time in America”,”Poverty”, “Deborah’s Theme”, “Childhood Memories”,ecc) e da motivi famosi: “Amapola”, “Summertime”, “Night and Day”, “Yesterday”,tanto da far dire allo stesso Leone che il migliore sceneggiatore del suo film è stato proprio Morricone. Ogni tema musicale, infatti, rappresenta un personaggio e Morricone, dopo che Leone gli ha raccontato analiticamente la storia del film, riesce a coglierne perfettamente lo spirito e il
carattere. Gli uomini e le donne accompagnano lo spettatore in questo viaggio che è reale e favoloso(non a caso comincia con un “C’era una volta…”) insieme ,alla scoperta dell’America metropolitana violenta ma desiderosa di riscatto.Dove gli uomini conoscono solo il linguaggio della sopraffazione ,della brutalità,del comando,dei conti in sospeso,della rapacità,della violenza anche in amore ,e le donne sono maltrattate e rese oggetto,tranne una,Deborah che saprà affermarsi come una brava attrice di teatro,suo sogno fin da bambina.
La pellicola ottenne ottenne 5 Nastri d’Argento.La gestazione del film fu lunga, (12 anni)complicata,non senza litigi e tensioni(Clint Eastwood litigò Leone perché non venne scelto per ruolo di protagonista): una leggenda vuole che De Niro avesse fatto coniare una serie di medagliette per tutta la troupe con la scritta: “Complimenti, siete sopravvissuti alla lavorazione di C’era una volta in America”. Mentre un’altra leggenda ancora, vorrebbe che il primo giorno delle riprese Sergio Leone avesse detto a Mario Cotone, organizzatore generale del film: «Aoh’, cominciamolo bene ‘sto film! A’ Mario, guarda io non le faccio le passeggiate: io quando faccio un film, faccio un film co’ a ‘effe’ maiuscola: qui se devono rompe ‘er culo tutti!». E diciamo che lavorarono davvero duramente..!Ma, nonostante questo “C’era una volta in America” si rivelò un’opera fondamentale nella Storia del cinema, aprendo nuovi orizzonti e strade percorribili e percorse,per altro da altri registi come Coppola,Scorsese ,Stone,Tarantino. Leone si avvalse di un cast misto composto sia di grandi attori che di attori debuttanti o poco conosciuti(per il ruolo di Deborah ,preferi’ scegliere una semisconosciuta Elizabeth McGovern piuttosto che candidate come Meryl Streep,Michelle Pfeiffer,Meg Ryan).
Tutto accade con uno sguardo,quello pacifico,distaccato,nostalgico,eterno dell’antieroe Noodles (De Niro),che racconta tutta la sua vita,da bambino insieme al suo amico Max (James Woods), del suo progressivo passaggio dal ghetto ebraico nel Lower East Side di New York all’ambiente della malavita organizzata sempre nella New York del proibizionismo e del post-proibizionismo.Dal fango alla gloria,pur non essendo ambizioso come Max,fino al suo addio che non è addio… Tutto passa attraverso i suoi occhi (quando guarda lo specchio sta guardando lo spettatore) e le battute celebri,dalla prima che pronuncia,quando nel 1968 ritorna a New York,facendo capire che era appena uscito dalla galera (alla domanda:” Che cosa hai fatto tutti questi anni Noodles?”Lui risponde: “Sono andato a letto presto”),fino all’ultima di Max,ormai diventato senatore che ha tradito il suo migliore amico,fingendosi morti anni prima:” Ho rubato la tua vita e l’ho vissuta al tuo posto. T’ho preso tutto: ho preso i tuoi soldi, la tua donna. Ti ho lasciato solo trentacinque anni di rimorso per la mia morte: rimorso sprecato… Cosa aspetti a sparare?Un amico tradito non ha altra scelta,deve sparare!”Ma Noodles non spara,fa finta di credere che il suo amico sia morto 35 anni fa,e se ne va,lasciando l’ormai senatore Bayle,sotto inchiesta, al suo destino. Ma Noodles non lo uccide perché crede che per lui sia una punizione maggiore la galera,o perché davvero non se la sente,nonostante tutto gli vuole ancora bene?Il flashback ,il ricordo di lui con Max quando erano ragazzi ed amici,farebbe pensare che proprio in quell’istante Noodles sia diventato uomo,da vecchio,in nome di quell’amicizia fraterna,o meglio del suo ricordo,non spara,si congeda con un’altra memorabile battuta:”E’ solo il mio modo di vedere le cose”, e va via,sceglie,preferendo la sua storia a ciò che vorrebbe imporgli la realtà.Mentre cammina lungo il viale, si volta indietro allarmato dall’accensione del motore di un camion della spazzatura,vede Max oltrepassare il cancello dalla sua villa e si avvicina al retro, sparendo misteriosamente dietro il camion. Noodles ipotizza che si sia ucciso, gettandosi tra gli ingranaggi che triturano l’immondizia. Ma può anche essere fuggito…Questo il film non lo spiega,non lo fa vedere chiaramente,Leone lascia che sia lo spettatore a decidere secondo la propria sensibilità;cosi come lascia immaginare la fine del film,che poi è l’inizio stesso,ha dato il via a numerose diverse interpretazioni,tra le quali la “Teoria del Sogno”che ha avuto sostenitori oppositori.Il film inizia e finisce nel 1934, con Noodles che si nasconde in una fumeria d’oppio,in un retro di un teatro di ombre cinesi(scelta non casuale in quanto rappresentano la lotta tra il Bene e il Male). Inizialmente, Noodles, è ricercato dai sicari del sindacato, dagli amici come dai nemici, in un luogo dove gli uomini si perdono nell’oppio che offusca le coscienze,anche Noodles cerca di soffocare i sensi di colpa, e qui si vede subito la genialità di Leone del rendere questi sensi di colpa attraverso il rintronante trillo ossessivo del telefono nella mente di Noodles che collega frammenti degli eventi accaduti la notte precedente: un antipasto dell’intreccio che prenderà corpo più avanti,tentando di rimettere ordine tra i ricordi attraverso i personaggi che sembrano fantasmi venuti dal nulla,sbucando molto spesso dalla nebbia,da atmosfere rareffate,da ambienti foschi,dagli angoli della strada,da sbuffi di fumo,per poi svelarsi lentamente come nei migliori film noir.
E termina proprio li,la premessa è alla fine,ambiguità che ha contribuito alla fortuna e alla grandezza del film:ambiguità che è palesata in quello che è stato definito il sorriso più bello della storia del cinema,quello dello strepitoso De Niro,che affascinò all’epoca ed affascina ancora. Ma spiegare quel sorriso è come spiegare quello della Gioconda; è un misto di amarezza,rassegnazione,malinconia,soddisfazione, la visione che Noodles ha nella fumeria d’oppio dove è andato distrutto dal dolore e dai sensi di colpa e che, in uno stato di incoscienza, va indietro e avanti nel tempo immaginando anche un epilogo in cui, sia lui che Max, hanno pagato per il loro tradimento.
“C’era una volta in America”,da questo punto di vista puo’ essere un flashback,(perché è il tempo secondo Leone,che cambia le cose,e solo quelli come Noodles, possono credere che il passare del tempo non cambi niente, anche di fronte all’evidenza), una storia che Noodles ormai vecchio ricorda quando torna nei luoghi della sua giovinezza. Ma puo’ anche essere che Noodles non sia mai uscito dalla fumeria d’oppio (una droga che annulla la memoria e proietta nel futuro), e che il film sia quindi il sogno di un drogato.” Il pubblico delle ombre cinesi sta alle ombre cinesi come il pubblico del film sta al film. C’e’ una simbiosi,è un doppio schermo, anzi un pubblico che guarda un altro schermo”. La parola quindi a chi ha visto il film….
Ma quando si deve recensire o aprire un dibattito intorno a film come questi,sembra che non si dica mai tutto,che manchi qualcosa…o che si voglia mettere in risalto solo gli elogi(meritati),gli apprezzamenti fatti da gran parte della critica che plaudi’ il film alla sua uscita, definendolo come un’autentica lezione di cinema,e negli anni del pubblico. In effetti ci sono state delle critiche non proprio di lode,a partire da Paolo Mereghetti che cosi scrisse sull’omonimo dizionario dei film: « Leone, che da tredici anni pensava a questo film l’ultimo che poté dirigere, intendeva celebrare da europeo l’immaginario del cinema classico americano approdando a un finale “cupio dissolvi” carico di malinconia per i sogni perduti. Ma lo sforzo di sei sceneggiatori non ha prodotto un solo personaggio coerente e la durata spropositata non basta ad evitare buchi nel racconto. Come sempre a Leone riesce bene la trasfigurazione lirica del triviale: rende epica una mano che mescola lo zucchero in una tazzina e struggente il ricordo di uno stupro gratuito tanto quanto repellente. Ma lo stile non basta: per quanto le singole scene siano dirette magistralmente c’è troppo autocompiacimento, oltre ad un’aridità di sentimento che lascia perplessi in un film che vorrebbe essere anche una grande elegia romantica. »
Non si può ovviamente sindacare un’opinione personale che riguarda dei contenuti,o quello che percepisce o che vuole percepire qualcuno quando vede una scena in particolare. Nè tantomeno assumere una difesa d’ufficio, anche perché Sergio Leone non ne ha bisogno. Ma prima di avventurarsi in critiche (di qualsiasi tenore)bisognerebbe conoscere un po’ meglio anche l’autore,il suo modo di concepire il cinema e le sue spiegazioni,lasua formazione,la sua cultura. Sergio Leone è stato ingiustamente accusato di aver celebrato con compiacimento la violenza nei suoi film. Nulla di più sbagliato. Il vero scopo di Leone era quello di comprendere e far comprendere allo spettatore la vera cognizione del dolore,di stampo gaddiano,la desolazione dell’essere umano che ancora non è arrivato a far proprio questo stato d’animo,ed è come se fosse agonizzante,l’unico modo per sopravvivere e non vivere ,era quello di accettare con rassegnazione il destino,aiutandosi con i mezzi che conoscono,perché non gli è mai stato insegnato altro.E si potrebbe scomodare anche Aristotele ,”gli uomini fanno del male perché non conoscono il bene”.E quale tipo di educazione hanno ricevuto i bambini del Lower East Side?Quale esempio?Anche loro sopravvivono,secondo la legge del ghetto ,sono alle dipendenze dei vari boss, dove spesso anche la polizia strizza l’occhio ai malavitosi,dove i confini tra bene e male sono molto labili;la giustizia è assente,e certamente i bambini del ghetto di New York non sono buoni sebbene uno di loro, morendo,in una sparatoria dice ad un altro:”Sono inciampato”con grande tenerezza e suscitando pietà. Non c’è dialettica tra buoni e cattivi perché in “C’era una volta in America”Leone presenta solo delinquenti che vogliono il guadagno facile,si,con delle differenze tra loro ma pur sempre delinquenti che ignorano l’esistenza di parole come Amore,Giustizia,Rispetto,Legalità,ma non c’è bisogno di interpellare la sociologia per capire il perché.
E il paradosso è che alla fine,sembra,che si finisce per simpatizzare con uno di loro,in virtù dell’assenza di un opposto.
Ma non è cosi,sicuramente molti “faranno il tifo” per Noodles perché forse è “il meno peggio”,è stato pur sempre tradito dall’amico,ha già pagato, è stato in galera;ma in un certo senso ci si può affezionare a lui in quanto suscita un sentimento di pietas,di commiserazione,ed è cosi che lo ritrae Leone,non con compiacimento,non giudica,vuole solo rappresentare le contraddizioni dell’America incarnate in Noodles,(tanto che gli concederà un riscatto umano alla fine,quasi volesse dire,almeno la galera mi ha fatto capire qualcosa)e lo fa con disincanto,durezza,realismo,cinismo,brutalità. Ma Noodles non ne esce bene,è uno sconfitto,rimasto senza l’amore della sua vita ,senza soldi e senza amici,può solo consolarsi con quello gli rimane,per non soffrire ulteriormente.
Noodles subirà un contrappasso e ciò avviene proprio Deborah gli concede una serata per loro: un sogno ingenuo che rompe quella sottile linea tra desiderio e possesso, tra amore e violenza, e che porterà l’uomo a stuprare Deborah(non è una scene gratuita ma serve a Leone per dimostrare a cosa può portare la non conoscenza dell’amore).Qui l’obiettivo di Leone riprende l’atto nella sua squallida e repellente violenza, ma Noodles viene mostrato in tutta la sua deprimente insoddisfazione per una possibilità per sempre sfumata;E non c’è un ricordo struggente ma un ricordo che porta rimorso,dolore ,solitudine,rimpianto.
Come ha spesso più volte precisato lo stesso regista, non si tratta di una violenza gratuita, fine a se stessa, La violenza nei suoi film ha un’estrazione politica. Secondo lui la gente deve rendersi conto di cosa sia davvero la morte,che deve rappresentare una
reale paura, e puo’ farlo solo attraverso l’esistenza fisica.” Il personaggio che muore deve urlare, lo sparo deve essere amplificato, si deve vedere il sangue, si deve capire il danno provocato da un foro di pallottola! Kubrick, parlando di Arancia meccanica, disse che si trattava di una favola morale.” E si può dire lo stesso dei film di Leone,che sono delle favole epiche e le favole non possono essere rappresentate con bonarieta’o buonismo.Leone non ha mai fatto mistero di amare i cartoni animati e questo può già far capire tante cose del suo cinema:”I cartoni animati, sono immensi, eccezionali. La favola deve essere piu’ realistica della cronaca, deve coinvolgere, emozionare e, perche’ no, spaventare anche attraverso la rappresentazione della violenza. In quella proposta dai miei film non c’e’ compiacimento, ma un preciso intento morale. Bisogna far sapere che quando si spara si ottengono certi effetti sul corpo umano, altrimenti chiunque puo’ prendere una pistola e pensare che tanto non succede niente. Sparare a una gamba, invece, significa l’amputazione, e non un corpo che cade in silenzio in campo lungo.”Queste le parole pronunciate dal regista romana in un’intervista,rispondendo a delle critiche simili a quella di Mereghetti.Ed infatti viene da chiedersi se per caso,quando accade qualcosa di grave,e viene trasmessa ad esempio in TV,o con una foto su un giornale,ci sia compiacimento oppure no,si racconta il fatto cosi com’è. La rappresentazione della morte nei film di Leone,insomma e’ un fatto cerebrale, non viscerale.E’ difficile da comprendere immediatamente questa sua lirica sconsolata,la sua poesia,il suo modo unico di rendere alte le cose basse,di trasformare i bassifondi in luoghi meravigliosi da difendere,una sparatoria in un’elegia romantica,una lite tra amici in un romanzo epocale,perché è cosi che le vivono i protagonisti,come una questione di vita o di morte. Noodles in un personaggio per cui provare pietà,con il suo dolore infinito che racchiude qualcosa di grandioso e letterario,quando si riscatta non vendicandosi dell’amico,quando è stato capace di momenti dolci e poetici(citando il “Cantico dei Cantici”) verso Deborah,c’è del buono nel personaggio di De Niro,più moderato e non avido ed egoista come l’amico Max;forse per questo non si portati a condannarlo senza se e senza ma. Ma tutto questo Leone lo rende senza imporre la propria verità al pubblico,senza fare apologhi,senza prevaricare,avendo come primario obiettivo quello di fare un bel spettacolo,e per Leone nulla è più bello di un Mito. Lo si può assaporare in tutti i suoi western “C’era una volta il West”,”Giù la testa”(non è da considerarsi un vero e proprio western,”ma una nuova frontiera)”Il buono, il brutto,il cattivo”,”Per un pungo di dollari”nei volti che bucano lo schermo di Bronson,Eastwood,Steiger,Volontè,Wallach:in loro vivono i personaggi della tragedia classica,di Terenzio e Plauto,ma anche di Shakespeare,ed Omero,sono i moderni eroi del West,pistoleri,cowboys,fuorilegge,sceriffi,giustizieri, che ricalcano le caratteristiche dei vari Agamennone,Ettore,Menelao,Achille,ecc,tutti con un proprio tema musicale cucito addosso da Morricone e tutti raccontati con ironia chapliniana,e realismo alla Ford,per il quale Leone nutriva grande ammirazione e viceversa,ma che differiva dal regista romantico di “Ombre rosse”e “Sentieri selvaggi”per pessimismo,il cui vero significato sta in una battuta dello stesso
Leone:”I personaggi di Ford,quando aprono una finestra scrutano un orizzonte pieno di speranze,i miei invece,hanno sempre paura di beccarsi una pallottola in mezzo alla fronte”.
“C’era una volta in America”è la summa di tutto questo,ma qui manca l’ironia,il film che più ha amato,e che vuole essere in primis una riflessione sullo spettacolo: sull’arte visiva,omaggiando inoltre autori della letteratura americana come Chandler, Hammett, Hemingway, Fitzgerald.
Questo basta a far capire da dove e come nasce la cultura di un regista che poi realizza un film,per non partire prevenuti(specialmente politicamente),che è stato inserito al 43º posto della lista dei migliori film della storia del cinema stilata dai lettori di TimeOut con la seguente motivazione: “A mature meditation on time, honor, and brotherhood, and another gangster epic on a grand scale”.Ed proprio questo che colpisce,una storia di violenza ,morte che però celebra implicitamente l’amicizia ,fa pensare all’opposto attraverso i disvalori,e per fare questo a leone è bastato solo far squillare il telefono interi minuti in una scena,per unire la trama,perdere le ore ,i minuti, i secondi,per poi ritrovarli. Immortale come le musiche di Morricone.




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