Shame (2011)

20/01/2012 by Luca Murri
2011, Drammatico, Festival di Venezia, Film Europei, Gran Bretagna, Recensioni, Steve McQueen divider image
Shame (2011)

”La solitudine genera insicurezza, ma altrettanto fa la relazione sentimentale. In una relazione puoi sentirti insicuro quanto saresti senza di essa, o anche peggio. Cambiano solo i nomi che dai alla tua ansia. Non acquisterà mai fiducia sufficiente a disperdere le nubi e debellare l’ansia. L’amore è un prestito ipotecario fatto su un futuro incerto e imperscrutabile.”

Le parole di Zygmunt Bauman tratte dal suo Amore Liquido sembrano descrivere l’universo e la filosofia in cui è immerso il capolavoro di Steve McQueen riferendosi a tutta la sfera dei legami affettivi. Al suo secondo lungometraggio dopo Hunger, il videoartista britannico dall’aspetto di un Bodyguard, realizza una perla del cinema contemporaneo; e lo fa usando come strumento una questione sociale ignorata e sommersa, quanto presente e distruttiva: La sesso dipendenza. Ma la sesso dipendenza altro non è, come direbbe Ernest Hemingway, della ”Punta dell’Iceberg” del racconto.

Il film è  l’istantanea incantata e al tempo stesso spietata dell’epoca liquida. Dove tutto fluisce e si perde su uno stesso piano che altro non è che un’inconsistenza del ”tutto”. Dell’amore, dell’amicizia, del lavoro, di qualsiasi affetto o rapporto sociale.

La storia è presto detta: Brandon ha il problema della sesso dipendenza e questo gli impedisce di avere una relazione rinchiudendolo in una spirale di varie altre dipendenze. Tutto sembra essere perfetto. Brandon ha un appartamento magnifico, un buon lavoro ed è un uomo affascinante ed elegante. Al suo interno però, è un inferno di pulsioni compulsive e perverse. Nulla di buono nemmeno per  la sorella Sissy, bella e sexy, ma più giovane e fragile, la quale passa da una dipendenza affettiva ad un’altra ed è sempre più incapace di badare a se stessa o di controllarsi.

L’opera (presentata a Venezia e vincitrice della Coppa Volpi come miglior Attore) non racconta nulla di particolare, ma è un universo di intensità, bellezza e verità. E’ la potenza del cinema e dei suoi elementi sfruttati al massimo a rendere questo film necessario e irrinunciabile. La fotografia sembra ritrarre la soggettività del mondo ancor piu’ che quella di Brandon. Il giorno e la notte si confondono in una danza spazio-temporale esibita sul palcoscenico di un ”minimalismo epico” potremmo dire, che il montaggio riesce perfettamente a disegnare e scandire. La Musica avvolge la dimensione filmica di quella patina sacrale e inesorabile, generando attimi di vera catarsi audiovisiva.

Il dolore che traspira dalle inquadrature dove versa lacrime Micheal Fassbinder (un interpretazione di una forza, di un’autenticità  e di una disperazione unica; che non si vedeva forse dagli anni d’oro di Marlon Brando) è lo stesso che si percepisce tra i dettagli delle scene di sesso esplicito e ”naufragato”. Il dramma è vestito di una tenerezza e di una tristezza che non fanno altro che aumentare il grado di compassionevole partecipazione dello spettatore nei riguardi della vicenda umana narrata. Il bene e il male, il passato e il futuro, il sesso e l’amore non interessano per nulla ai fini delle conclusioni. Partecipano tutti all’orgia fluida del racconto.

Tutto accade per motivi e motivazioni misteriose, dando alla narrazione quel tocco di empiricità devastante. I protagonisti sono forme che si muovono nella meta-rappresentazione dell’umanità, piu’ che tra i caratteri dei propri personaggi. E’ la ”rete” del tessuto sociale che la fa da padrona e che si dissolve, in un ipotetico infinito che è l’aspetto della contemporaneità. Ogni elemento è sospeso, come sembra essere la percezione stessa della vita nella scena dove in primo piano Carey Mulligan (co-protagonista con questo del miglior film del 2011 insieme a Drive) canta ”New York-New York” ipnotizzando oltre il diegetico. Tutto è li, fuori da ogni logica morale ed etica ma dentro al bisogno piu’ profondo del ”sentire”. E questo che sembra mancare a Brandon, la capacità di sentire qualcosa e quando ci riesce e ormai troppo perso nella dipendenza dello ”sfogo”, del consumo sessuale, per apprezzarne la poesia e l’eternità dell’amore (sia esso fraterno o sentimentale).

La verità e che Shame è anche un film sul controllo e sulla difficoltà di mantenerlo dentro se stessi e nei propri spazi pur rivestendone la quotidianità. E su una posizione in cui siamo tutti: quella di decidere se alzarsi o meno dal posto sul metro’ della vita; per inseguire qualcosa che non conosciamo ma che, al di la di qualsiasi considerazione sul giusto e sbagliato, sappiamo essere: il mistero piu’ profondo e incontrollabile di quello che siamo.

  • Festival di Venezia 2011: Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile (Michael Fassbender), premio FIPRESCI, premio CineAvvenire, premio Arca CinemaGiovani
  • British Independent Film Awards 2011: miglior attore (Michael Fassbender)

Voto:

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