Venezia 70 – Si alza il vento (2013)

16/12/2014 by Roberto Matteucci
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Si alza il vento (2013)

“S’alza il vento, bisogna tentare di vivere.”

A Venezia alla presentazione di Si alza il vento – KazeTachinu il regista Hayao Miyazaki non si è presentato. Al suo posto è arrivato il presidente dello studio Ghibli, Koji Hoshimo, il quale ha raffreddato l’ambiente dichiarando la ferma volontà di Hayao Miyazaki di ritirarsi definitivamente.

Non è stata una bella notizia, perché il maestro è in perfetta forma artistica e il bellissimo Si alza il vento è una lezione memorabile di poesia. Ho vinto facilmente la mia scommessa durante il festival. Avevo puntato un centesimo  sull’impossibilità, da parte di una giuria di dinosauri – e non parlo di età – di assegnare un premio alla pellicola giapponese neppure sotto minaccia di un kamikaze. Diverso livello culturale, dissimile maniera di relazionarsi con il pubblico, un occhio visivo talmente opposto da essere inconciliabile. Pazienza, perché la storia è incantevole, completa, un sodalizio fra allegria e tristezza, una favola per tutti.

Miyazaki ha una predilezione per il volo dimostrata in molte opere, Il castello nel cielo, Kiki consegne a domicilio, Porco rosso, Il castello errante di How. Ora entra in una dimensione tecnica, raccontandoci l’amore di Jiro per l’aeroplano: “Gli aeroplani sono splendidi sogni.”

Sin da bambino Jiro brama per il volo. Il desiderio si manifesta in brillantissimi sogni, prevalentemente fantastica sul progettista italiano Giovanni Battista Caproni. Per Caproni la passione per il volo si realizza sia pilotando un aereo, sia progettandolo. Poiché il piccolo Jiro non può guidarlo si fionda nello studio ingegneristico. È molto bravo, in poco tempo riesce a conquistare importante posizione all’interno di una fabbrica di aeroplani Giappone. È inviato in Germania, dall’ingegnere tedesco Hugo Junkers. In poco tempo e con tanta devozione riesce a progettare degli aerei fondamentali per l’aviazione giapponese, leggeri, affidabili, veloci, saranno i micidiali aerei Zero, i quali sconvolgeranno Pearl Harbour. L’eccitazione per il volo è accompagnata da una vita intensa. S’innamora di una ragazza malata, e nonostante tutto la sposa. La incontra in un albergo e ha l’opportunità di parlarci perché un di colpo di vento gli scaraventa lontano un ombrello. Jiro lo recupera e iniziano a corteggiarsi. È il vento il motore del mondo. Nell’albergo i due giocheranno – ma lui, non gioca, egli studia – con un aereo di carta, disegnando un’affascinante scena poetica ed emozionante. Molto italiano è l’arrivo degli aerei tricolori di Caproni riflesso negli occhi di un bambino. Indimenticabile è il racconto drammatico del terremoto di Toyko del 1923. Le case tremano, il treno deraglia e tantissima gente aspetta o guarda incredula il fuoco scoppiato in vari punti della città.

Una storia solida, molti l’hanno definita giustamente, l’opera matura di Hayao Miyazaki.70 Mostra Internazionale cinematografica di Venezia

Spendiamo un po’ di tempo per i ‘geni’ che hanno accusato il maestro di militarismo. Certo, il film è militarista, poiché nazionalista com’è tradizione del Giappone. La nostra mentalità colonialista ci porta a definire le altre culture secondo i nostri criteri. Per noi il nazionalismo è una brutta parola, per i giapponesi è un orgoglio. Siccome, da bravi colonialisti, consideriamo di avere perennemente ragione, sempre pronti con la nostra bella lattina di Coca Cola in mano, ecco che il film è deleterio. La storia per loro è una continuità bene definita, parte dalla divinità suprema, Amaterasu, da cui discende direttamente la famiglia imperiale, passa attraverso i samurai, Yukio Mishima e finisce ai giorni d’oggi, nel bene e nel male. Mentre noi italiani gridiamo all’innocenza, considerando il fascismo di Mussolini come composto da alieni scesi da Marte, anziché dalla totalità della popolazione, i giapponesi rendono omaggio alla totalità e alla linearità della storia nel santuario scintoista di Yasukuni. Quest’anno, mentre i ministri del suo governo rendevano omaggio al santuario, il premier Shinzo Abe si ‘dimenticava’ di chiedere scusa (com’era tradizione da anni) ai paesi asiatici per le vittime provocate dai nipponici durante la seconda guerra mondiale.

Il messaggio alle nazioni limitrofe come Cina e Corea è chiaro e diretto.

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