Il silenzio dell’allodola (2005)

11/06/2012 by Valeria Morini
2000 - 2009, Cinema indipendente, Drammatico, Film Europei, Italia, Recensioni divider image
Il silenzio dell'allodola (2005)

Dopo l’arrivo nelle sale italiane, con quattro anni di ritardo, dello splendido Hunger (qui la recensione) di Steve McQueen, può essere interessante recuperare un piccolo film italiano che ha avuto il coraggio, inconsueto per una produzione nostrana, di confrontarsi con lo stesso argomento: si tratta di Il silenzio dell’allodola di David Ballerini, produzione indipendente (Esperia Film, distribuito da Revolver) uscita nel 2005 in appena quattro copie. Proprio come il film di McQueen, l’opera di Ballerini racconta la lotta e il calvario di Bobby Sands, figura simbolo della lotta repubblicana in Irlanda del Nord. Nel carcere di Long Kesh, soprannominato Maze (il labirinto), dopo anni passati a lottare con i compagni per ottenere lo status di prigioniero politico, Bobby scelse la più estrema forma di protesta, lo sciopero della fame, e morì il 5 maggio del 1981 dopo 66 lunghi giorni d’inedia.

La scelta di trattare un argomento della storia anglosassone può sembrare molto azzardata per un giovane regista esordiente italiano, ma si spiega con il fatto che la vicenda di Sands veicola un messaggio universale e simbolico, qual è la difesa assoluta di ogni forma di libertà. Inoltre, Ballerini ha espressamente voluto fare riferimento a eventi più recenti come le torture delle carceri di Abu Ghraib e Guantanamo, e nello stesso tempo richiamare visibilmente l’immaginario del regime nazista, nelle uniformi dei secondini e soprattutto nella scritta Arbeit macht frei all’ingresso del carcere. Il regista ha avuto pochissimi mezzi a disposizione: una fabbrica abbandonata come location e un pugno di ottimi attori. La scelta stilistica non poteva perciò che suggerire alla storia un’impostazione teatrale, anche perché dal palcoscenico provengono la maggior parte degli interpreti: spiccano Marco Baliani, il secondino più sadico e feroce, e Flavio Bucci, un altrettanto crudele direttore del carcere. Nei panni di Bobby, unico attore non italiano, troviamo il ceco Ivan Franek, con quello sguardo capace di trasmettere un milione di emozioni già visto in Brucio nel vento di Soldini e Provincia meccanica di Stefano Mordini. Sguardo che nell’apertura del film si rivolge direttamente allo spettatore raccontando la storia dell’allodola prigioniera che preferisce morire piuttosto di cantare per il proprio aguzzino (leggere l’autobiografia di Sands Un giorno della mia vita). Un attimo dopo il ragazzo viene catturato, condotto in carcere, costretto con la forza a firmare la confessione, lasciato marcire in isolamento. Il talento di Franek si manifesta nelle scene delle infinite torture cui è sottoposto, anche se la sua interpretazione è a tratti troppo caricata: ad ogni modo, va detto che la violenza non viene mai mostrata in modo gratuito o eccessivo. Pian piano, alla disperazione e al panico, si sostituisce in Bobby il risveglio della sua coscienza politica e la volontà di perseguire la lotta per i propri diritti, grazie anche al sostegno del vicino di cella, Andrea (Gianni Bisacca), occhialuto prigioniero che ricorda un po’ il compagno di De Sica in Il Generale Della Rovere. Contro secondini dotati di un sadismo inaudito (fa eccezione il personaggio positivo di Pietro Ragusa), la forza del protagonista si riversa sull’unica arma di cui dispone, il rifiuto. Rifiuto di indossare la divisa da detenuto comune, anche se lo porterà a vivere nella nudità e nella sporcizia, con il solo conforto di visite saltuarie e della scrittura clandestina: in prigione Sands si scoprì poeta e narratore e Ballerini fa di lui un eroe intellettuale, perché proprio l’assurdo divieto a scrivere scatena la ribellione più intensa, che prelude alla drammatica scelta dello sciopero della fame.

L’unità di luogo è totale e la narrazione si concentra tutta sulla persona di Bobby, mettendo sì l’accento sulla sua strenua lotta ideologica, ma escludendo quasi del tutto il punto di vista degli altri protagonisti (escluso il breve episodio della protesta verbale di un detenuto e soprattutto l’importante personaggio della madre di Bobby). Questo perché, per rendere quel senso di universalità di cui si diceva, il film vuole, secondo le parole dello stesso Ballerini, “andare oltre la ‘Storia’” e arricchirsi di aspetti giustamente definiti “mitologici”: pensiamo ai riferimenti alla storia di Erode che si intrecciano alla favola dell’allodola e alla presentazione di Bobby/Franek come evidente figura christi (addirittura i secondini in una scena lo chiamano “esseno”).

Insolita è infine la scelta della colonna sonora, costituita di canti in dialetto emiliano e perciò decisamente straniante rispetto al contesto irlandese. Così come straniante appare la presenza di quest’opera nel contesto cinematografico italiano, mosca bianca rimasta invisibile ma che andrebbe necessariamente recuperata.

Voto:

IMDbMymovies ♦ Opensubtitles




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