Venezia 69 – La sposa promessa – Fill the void (2012)

17/09/2012 by Roberto Matteucci
2012, Drammatico, Film Asiatici, Gli esordi alla regia, In uscita in Italia, Israele, Mostra del cinema di Venezia, Recensioni, Speciale festival di... divider image
Fill the void (2012)

“Una volta mi sono quasi sposato.”

Riconoscibili per i loro abiti scuri, la barba e alcuni ciuffi di capelli lungo le tempie, i Chassidim (pii e conosciuti come ultraortodossi) sono un movimento spirituale ebraico. Per l’osservanza stretta dei precetti della Torah e l’attesa spasmodica del messia sono visti – ingiustamente – come dei fanatici e intolleranti a tutto ciò estraneo al loro modo di vivere. In realtà il Chassid, il pio, dedica tutta la sua esistenza allo studio del Tanak (la bibbia ebraica). Ogni suo gesto, sin dal primo momento della giornata, è proteso a mettere al centro della propria vita Dio. “Amerai il Signore tuo Dio, con tutto il cuore con tutta l’anima e con tutte le tue forze” (Deuteronomio 6,5) è la preghiera di ogni ebreo pio. Per dei superficiali esterni, il loro amore viscerale e travolgente, appare incomprensibile e inaudito, ma la realtà è differente. Il cinema aiuta a conoscere la loro comunità, a comprendere le sfaccettature di un mondo diverso. Una lettura alternativa di quest’umanità è una pellicola del 2009 presentato a Cannes: Eyes Wide Open di Haim Tabakman. 

A Venezia invece arriva Lemale et ha’halal – Fill the Void. La regista Rama Burshtein si presenta in sala grande indossando lo Sheitel, il copricapo indossato con orgoglio solo dalle donne Chassidim sposate. È la giusta maniera per iniziare a vedere il film. La lettura della regista è riprodurre il desiderio delle giovani ragazze di trovare un quanto prima un marito: “Tutti gli scapoli sono sciocchi.”

I Mendelman hanno due figlie, una sposata con Yohai mentre l’altra, Shira di diciotto anni, ha l’età giusta per il matrimonio. La famiglia sta cercando per Shira il consorte appropriato. In una veloce inquadratura si osserva la divertente corsa di Shira e sua madre al supermercato: i servizi segreti delle donne delle comunità hanno captato una confidenza, il pretendente sta acquistando del latte; raggiunto il reparto latticini, spiano furtivamente osservano l’agognato aspirante e di sottocchio esaminano la chioma del bel ragazzo, il quale girandosi verso di loro, costringe le due donne a un’eccitata fuga.

I matrimoni della comunità non sono decisi in modo vincolante dai genitori, la scelta dello sposo e della sposa è stabilita insieme, genitori e prole, e la volontà dei figli è sempre predominate. Soprattutto è il sentimento e l’amore fra i due a essere essenziale. Nel film si osserva una scena confermante questa politica: di fronte al rabbino, chiamato a esprimersi sullo sposalizio prospettato, la ragazza mostra dei dubbi sul sentimento e sull’amore per il futuro sposo; di fronte alla titubanza il rabbino, ricordando che l’affetto è tutto, nega il matrimonio perché la famiglia per crescere ha bisogno dell’amore.

Accade che la sorella di Shira muore durante il parto. Il genero rimane vedovo con un figlio da mantenere, e per Yohai è difficile allevare il figlio da solo: la soluzione è quindi risposarsi. Tutte le pretendenti però lo porterebbero all’estero, e c’è solo una possibilità per rimanere in Israele. Questa soluzione è la trama di Lemale et ha’halal – Fill the Void.

Il film è bello, emozionate, teso. La regista ha la passione di raccontarci un frammento, un aspetto di vita di quel mondo: l’attesa del matrimonio per delle giovani ragazze. Si comincia con la festa del Purim, per continuare con la raffinata scena della circoncisione, rivista con una soggettiva da parte del bambino. La preparazione delle celebrazioni religiose è puntuale ed eseguita con una ricercatezza nell’immagine e nei dettagli. Le scenografie sono precise e gli oggetti religiosi consentono di entrare nell’animo delle persone e della comunità. Ma è la giovane Shira l’oggetto di massima attenzione da parte dell’autrice. La ragazza detta il ritmo della visuale scenica, si pone al centro per manifestare le mille pressioni subite, e per la sua giovane età soffre per le vicende della famiglia, essendo diventata il perno della pace e tranquillità della famiglia. Shira è Hadas Yaron, meritata vincitrice del premio Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile. Concede alla sua recitazione un livello emotivo decisivo per il successo ottenuto.

Il film ha un tono pieno di calore – dovuto principalmente alle donne – con l’aggiunta di un tocco di nero (gli uomini della comunità). Il mondo dei Chassidim ha la sua riproduzione nella musica, nei balli, nelle danze, nei canti, nelle feste religiose. Non è folklore, è piena partecipazione sensibile. Inoltre la brava regista esibisce pure una sottile ironia. Primaria è la scena della richiesta di urgente colloquio con il rabbino da parte di un’anziana. Non può aspettare, deve essere convocata immediatamente per una faccenda urgente: deve comprare un nuovo forno e nessuno la aiuta. Sgomento e umile, vediamo il rabbino spiegare i vantaggi e gli svantaggi del forno di casa. Con questa scena, la regista ci concede l’illustrazione dell’umanità, della pazienza del mondo dei Chassidim. Le decisioni dei rabbini non sono degli ordini, ma degli spunti di discussione per i soggetti che hanno richiesto il suo parere.

Il film ha marcia superiore rispetto ad altri visti al festival, per tensione emotiva, per la delicatezza dei personaggi e per l’aspetto sociale. Ignota per ora la data d’uscita italiana.  Il film è uscito nelle sale italiane il 15 novembre 2012.

  • Festival del Cinema di Venezia 2012: miglior attrice (Hadas Yaron)

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