Still Life (2006)

29/07/2012 by Giulio
2000 - 2009, Cina, Drammatico, Festival di Venezia, Film Asiatici, Hong Kong, Recensioni divider image
Still Life (2006)

Nell’immaginario occidentale il cinema cinese è spesso associato unicamente al wuxiapian, film in costume che trasmettono un’idea stereotipata della Cina, descrivendola in modo superficiale come un paese da sempre avanzato culturalmente e socialmente, nei secoli costantemente in crescita e fondato su un’ininterrotta tradizione millenaria. Se la Rivoluzione Culturale (iniziata nel 1966) di Mao Zedong e Lin Biao aveva tentato di cancellare per sempre ogni traccia del passato anteriore alla Lunga Marcia, il governo attuale, pur sempre in mano al Partito Comunista, sta attuando una politica opposta. Successi in patria e all’estero di film come La Tigre e il Dragone di Ang Lee o La Città proibita di Zhang Yimou e l’enorme distribuzione interna di opere filo-governative o di pomposi kolossal storici dal tono agiografico su grandi eventi o personaggi cinesi dei secoli passati confermano una nuova radicale politica culturale governativa.
Contemporaneamente a queste enormi produzioni e distribuzioni di wuxiapian, sta faticosamente emergendo una seconda tipologia di film che, nonostante l’opposizione del governo e la costante mancanza di fondi, sta acquisendo una visibilità sempre maggiore. Grazie soprattutto a finanziamenti di case di produzione straniere (principalmente europee) ed all’ interessamento di illuminati direttori artistici di festival importanti ( come Marco Müller, Frédéric Maire o Olivier Père) registi come Wang Bing, Lou Ye,Cui Xiuwen, Yang Fudong e Jia Zhang-Ke iniziano a farsi conoscere anche dal pubblico internazionale.

Vincitore del Leone d’Oro al Festival di Venezia del 2006 Still Life è l’opera di punta e più nota di questa “seconda via” del cinema cinese contemporaneo. L’intero film è pervaso da un’atmosfera crepuscolare, da un senso di fine inevitabile. Il trascorrere del tempo ed il passaggio da una generazione all’altra, con conseguente cambiamento di stili di vita, sono alcuni dei temi prediletti da Jia Zhang-Ke, che in Still Life ripropone la sua visione critica del cambiamento. In una recente intervista ha infatti dichiarato: “Dopo gli anni ’90 un rapido sviluppo economico ha prodotto uno sviluppo urbano molto rapido. Questo è stato un avvenimento molto importante nella mia vita e dunque i cambiamenti delle città e il modo in cui influenzano la cultura e la vita in Cina sono aspetti che osservo sempre. A causa della veloce urbanizzazione della Cina molti spazi ed architetture antiche sono spariti. Coloro che hanno vissuto la storia stanno invecchiando e a noi non è consentito, o non siamo incoraggiati, a discutere molte questioni storiche. Se non parliamo con gli anziani queste storie spariranno ed io voglio combattere contro questo”.
Il film non è del tutto identificabile con la fiction, la sua anima è l’oggettiva documentazione di un avvenimento, con riprese quasi in tempo reale e in loco. Al centro della pellicola vi è infatti il progetto della costruzione della Diga delle tre Gole, che con monumentali opere di ingegneria avrebbe garantito energia elettrica in tutta la regione, cancellando però interi villaggi che sarebbero stati sommersi dall’ acqua. Lo sconvolgimento di un paesaggio rimasto quasi immutato per millenni e la cancellazione istantanea di edifici storici e luoghi natii sono abilmente mostrate abilmente dal regista con immagini realistiche e dirette, impressionanti poiché girate nella zona e con i suoi veri abitanti. Jia Zhang-Ke non si pone problemi nel mandare avanti film dopo film la propria critica alle decisioni governative: “ Se vuoi la libertà la avrai. Devi solo affrontare le conseguenze.
Quelli che sono disposti ad affrontare le conseguenze raggiungono la libertà, coloro che hanno paura di affrontare le conseguenze diventano prigionieri”.
Come in Il Fosso di Wang Bing, la crudeltà del contesto è controbilanciata da una nota di speranza riposta negli umili sopravvissuti del popolo delle Tre Gole. Tra le macerie, la povertà e la distruzione definitiva del paesaggio il regista si sofferma sulle singole persone, mostrandone l’enorme forza di volontà e la grande gentilezza mantenute nonostante la perdita di casa e lavoro. Il retaggio del passato rimane negli animi e mantiene viva la speranza che gli antichi valori possano
resistere nonostante le costanti e sistematiche distruzioni decise dal governo.
Contemporaneamente alla critica “in piccolo” sulla devastazione concreta di una singola area geografica, Jia Zhang-Ke muove una più ampia critica al suo intero paese. La Cina, spinta ad un frenetico progresso, sembra essere ormai unicamente guidata da impulsi di natura economica. Ciò che frena o solamente “non serve” al progresso è considerato inutile e dannoso. In più punti nel film, girato in digitale e con sceneggiatura e montaggio votati al più puro realismo, improvvisamente compare qualcosa di irreale, alieno al contesto. Lo spettatore rimane interdetto e sorpreso di fronte alle visioni surreali inserite nel film in modo (apparentemente) casuale e ciò che sconcerta maggiormente è constatare che i vari personaggi sembrano non notare questi avvenimenti sorprendenti. In un paese spinto in modo forzato ed innaturale al progresso non c’è più spazio per l’immaginazione, per l’evasione in realtà differenti, per creazioni della fantasia. Solo alla fine uno dei protagonisti si fermerà per un attimo ad osservare un funambolo sospeso su una corda tra due edifici in rovina. Questo richiamo alla possibilità di un diverso stile di vita e un più libero modo di pensare, fragile ed instabile, ma chiaramente non sconfitto, chiude magicamente il film.

  • Mostra del Cinema di Venezia 2006: Leone d’oro al miglior film

Voto:

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