Venezia 70 – Stray Dogs (2013)

11/09/2013 by Roberto Matteucci
2013, Drammatico, Film Asiatici, Film Europei, Francia, In uscita in Italia, Mostra del cinema di Venezia, Recensioni, Speciale festival di..., Taiwan divider image
Stray Dogs (2013)

“Una casa è come una persona.”

Il regista Ming-liang Tsai consegna alla 70° edizione della Mostra dell’arte cinematografica di Venezia l’armonioso Jiaoyou – Stray Dogs, in italiano cani randagi. Di cani randagi c’è ne sono tanti nella storia. Delle vere bestie si trascinano alla ricerca di cibo nella periferia abbandonata di Taipei. Poi ci sono delle persone, essere umani trasformati in animali, i quali appaiono sconfitti, con un’esistenza persa. Come gli animali hanno smesso di parlare, sono ammutoliti, non hanno più nulla da dire. Il film è una serie di lunghi piano sequenza, con dialoghi inesistenti. Ma non c’è silenzio perché ci sono tanti rumori di fondo: vento, cani, macchine, gente che lavora, respiri affannosi, russare, rumore della pioggia. Un uomo (il bravissimo attore Kang-sheng Lee) occupa con due bambini, uno scantinato in un bassofondo; è un uomo spento, negli occhi il riflesso di un’esistenza sconfitta. I due bambini troveranno una donna, perfino essa dimora in una casa abbandonata. Però era una casa con un fascino ora perduto. Si riuniranno insieme. In una scena di alta drammaticità il padre arriva nella casa della donna, la quale, insieme ai due bambini, ha preparato una torta. È il compleanno dell’uomo. Egli rimane fisso immobile senza nessun segno vitale, mentre con un canto assurdo i bambini e la donna iniziano a cantare happy birthday. In questa sequenza c’è tutto il disincanto di una persona esausta, mentre alcuni tentano disperatamente di provocare una reazione umana. È assente qualsiasi volontà rivoluzionaria, o rabbia, o lotta. Noi siamo di fronte ad un’accettazione passiva, karmatica della vita.

Ming-liang Tsai ci ha già consegnato delle opere di prima importanza: Il gusto dell’anguria, Il fiume, The Hole Il buco. Tutte sono disegnate con un silenzio caotico, ma nello stesso tempo sono capaci di dimostrarci il senso umano più profondo, quello impossibile a descrivere con le parole. In una intervista ( http://www.movietele.it/post/film/13114-stray-dogs-intervista-al-regista-tsai-ming-liang ) il regista taiwanese, parlando del film, cita il maestro Lao Tze:

“Mentre giravo questo film, pensavo spesso a un’espressione di Lao Tze: “Il cielo e la Terra non agiscono per benevolenza; trattano tutte le cose come cani di paglia” [Tao Te Ching, Cap. 5].  Questi poveracci e i loro figli sembrano essere stati abbandonati dal mondo, eppure devono comunque vivere.”

Lao Tza è presente nel cinema di Ming-liang Tsai. Le inquadrature con la camera fissa, ferma, geometrica sono degli ampi ritratti, dei dipinti. E come in un quadro cinese c’è una rappresentazione del “pieno” e del “vuoto” secondo lo studio mondiale del professore di arte cinese François Cheng. È la teoria estetica dell’osservazione di Jiaoyou – Stray Dogs. Non è un problema stilistico, è una concezione di vita, una filosofia. Indiscutibilmente, il regista ci aiuta a comprendere questo significato nella scena finale. È l’apice della pellicola, l’attimo più discusso alla Mostra. È un lungo piano sequenza, geometrico, artistico: la donna è di fronte, l’uomo dietro di lei. Entrambi guardano un punto fuori campo. Ignoriamo l’oggetto di tanto interesse. I due sono quasi immobili, respirano, ansimano. Ma non sono soli. Intorno c’è la città, la moderna Taipei percepita dai rumori delle macchine, della metropolitana. Il piano sequenza dura oltre quindici minuti, poi la donna inizia a piangere e l’uomo ansima più forte. Egli la abbraccia e con uno stacco infine osserviamo l’oggetto fissato lentamente: un vasto dipinto, un murale grande una parete di una casa abbandonata, cadente. La percezione del film raccontataci dal regista, leggerlo come se fosse un dipinto, un quadro, un affresco, immobile, fisso. La realtà è un’opera pittorica, una immensa raffigurazione: emerge come un fiore dentro una casa decadente. La scena continua con un altro piano sequenza, più corto rispetto al precedente. Ora abbiamo il dipinto di fronte. È rimasto solo l’uomo a fissarlo senza parlare. La scena è rinchiusa in una cornice esemplare. Da un lato uno scorcio del mondo esterno. Un pavimento geometrico bianco e nero e così il soffitto. La prospettiva della casa e dell’uomo di spalle è una rappresentazione della filosofia umana del regista. Un mondo ricco, benestante, una casa, una famiglia che ha abbandonato quel posto. Dove saranno andati a finire gli abitanti di quella casa? Ecco il wu wei taoista, il non agire, il vuoto, che si riempie del pieno. Oltre la scena finale, la pellicola è una sommatoria senza montaggio di tante scene, con camera fissa, con una fotografia esemplare. Il regista si limita a segnare la posizione della camera e delle persone, oltre alla scelta delle ambientazioni. Sempre nella stessa intervista il regista afferma l’esistenza reale del dipinto, lo ha scoperto durante i sopraluoghi per gli ambienti.70 Mostra Internazionale cinematografica di Venezia

All’inizio del film appare una donna e i due bambini dormono. Mentre la donna è quasi immobile, sentiamo il russare dei fanciulli. Perché nella storia esistono anche due figli, innocenti, vittime del disastro umano di altri. Essi apprezzano il poco posseduto, sono martiri designati però sanno e possono giocare. Sono loro i protagonisti di un’altra drammatica scena. Nella loro solitudine i bambini iniziano a giocare con un cavolo. Lo sporcano con un rossetto, lo hanno antropofizzato. Sul vegetale hanno dipinto due occhi, un naso, una bocca, è una donna, forse la madre scomparsa, forse il desiderio di combattere l’emarginazione: “Chiamiamola Miss Tette.” Il padre ritorna, i figli dormono, scorge il cavolo e l’uomo inizia a mangiarlo. Non lo mangia, lo sta sbranando, lo sta lacerando, sui suoi occhi scendono le lacrime. Il gesto di divorare un cavolo antropofizzato è una scena decisiva sull’abbandono umano.

Ming-liang Tsai ha uno stile, un linguaggio particolare. Non concede sconti allo spettatore:

“I film di cui parla la gente si orientano verso il mercato, i miei non mirano ad ampliare il mercato. Molte persone mi chiedono per chi faccio i miei film e non so nemmeno questo. Ma ho vissuto abbastanza a lungo, così a lungo che mi sento stanco e non ho più voglia di fare film. Forse tutte le cose che voglio filmare sono già state filmate.” Nonostante è un autore amato senza dissertazioni. Perché non si nasconde dietro la concezione artistica. Egli ci presenta la Taipei della sua vita. Non direttamente, la città è mostrata di riflesso, di sbieco, laterale, più sentita che vista. Ci sta ingurgitando, e sta scaricando i propri rifiuti – compresi quelli umani – dove nessuno vorrebbe vederli, perché sono un disonore, una macchia per un’economia potente. Nel film abbiamo una delle scene simbolo per rappresentare il lavoro precario. Per ottenere qualche soldo l’uomo, insieme altri disgraziati, lavora come “pubblicitario”. In un incrocio fra trafficate strade di Taipei solleva un cartello pubblicitario. Un impiego misero, nello smog della metropoli, da svolgere indipendentemente dalle condizioni metereologiche. In un campo lungo abbiamo il crocevia durane la pioggia, battuto da un forte vento, e l’uomo, coperto da un colorato e misero impermeabile, alza stoicamente con sguardo allucinato il cartello.

A Venezia ha vinto, ingiustamente (perché meritevole del primo posto), il Gran Premio della Giuria, il premio di consolazione, solitamente assegnato perché il Leone d’oro per diritto divino il re lo deve assegnare in base ad altri criteri.

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