The Adventures of Iron Pussy (2003)

28/06/2012 by Roberto Matteucci
2000 - 2009, Commedia, Film Asiatici, Recensioni, Thailandia divider image
The Adventures of Iron Pussy (2003)

“… solving your problem with Dharma is better than with drugs.”

Apichatpong Weerasethakul è regista di profonda sensibilità, capace di creare scene di largo respiro e con una intensità atavica. La sua umanità si manifesta con sogni, incubi e una profonda esaltazione della tradizione tailandese. Insieme all’attore Michael Shaowanasai nel 2003 dirige il film Le avventure di Iron Pussy (titolo originario Hua jai tor ra nong), l’anno successivo sarà la volta dell’incantevole Tropical Malady.

I due film potrebbero sembrare diversi, con tematiche e generi  separati ed autonomi.In realtà Tropical Malady parte dalla fine di The Adventures of Iron Pussy: dalla amata foresta, pregna di spiriti e di ancestrali defunti. Con Tropical Malady il regista ha vinto la Palma d’oro a Cannes nel 2004. Nel 2010, il regista di Bangkok, ha rivinto lo stesso premio con il karmatico Lo zio Boonme che si ricorda delle sue vite precedenti, un film completamente pregno della giungla tailandese e delle vita onirica che si svolge all’interno.

The Adventures of Iron Pussy è un mix ironico di generi. Si parte parafrasando uno 007 storico con parvenze umane. Lo 007 alla Sean Connery o alla Roger Moore è affascinante, bello, atletico, volitivo e circondato da mille bellissime donne. L’agente segreto di Apichatpong Weerasethakul è un travestito. Un uomo bruttino e calvo, con un banalissimo lavoro di commesso al 7 eleven. Può però trasformarsi in un eroe capace di affrontare i peggiori pericoli travestendosi da procace e appariscente donna con acuminati tacchi  a spillo. L’ironia diventa spunto sociale, tutti possono essere degli eroi; nulla cambia al mutare della sua apparenza sessuale.Soprattutto si vuole rendere popolari generi occidentali; anche la Thailandia può avere una spia eroe. A questa lettura si arriva con una partenza deliziosa: una rissa come cow boy ubriachi in un bar della campagna tailandese. Ci si ritrova in una comica muta alla Charlie Chaplin, accompagnata solo da alcune note al pianoforte.

Il passo successivo è quello del musical. Le canzoni intervallano l’ironia della storia, rendendo inesorabilmente senza speranza ogni velleità seriosa. Aggiungiamo costumi, posture volutamente finte, movimenti da cartone animato, e un forte accento da favola antica. Il finale è una concessione totale al genere melò. La sdolcinata e fintamente drammatica conclusione è una vittoria del genere; all’apice c’è una deliziosa madre con il figlio morente esempio di una michelangiolesca Pietà tailandese sullo sfondo della animata foresta.

E ritorniamo nella giungla, quel fantastico ed irreale habitat dei suoi successivi film, dove la vita è vera solo se raggiunge una congiunzione con gli spiriti. Senza spiriti non c’è realtà. Il linguaggio è completo, didattico, ma con una caratterizzazione alla esagerazione. Colori, movenze, camera dal basso e primi piani, attori, tutto serve per accentuare satira senza mai obbligare alla irrisione o all’umorismo fine a se stesso.

Voto:

IMDb ♦ Mymovies ♦ Opensubtitles




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