Venezia 69 – La regola del silenzio (2012)

21/09/2012 by Roberto Matteucci
2012, Film Americani, In uscita in Italia, Mostra del cinema di Venezia, Recensioni, Speciale festival di..., Stati Uniti, Thriller divider image
The company you keep (2012)

“Il giornalismo è morto.”

Nel 1988 Sidney Lumet ci ha raccontato la storia di una coppia di ricercati dalla FBI per atti di terrorismo compiuti negli anni settanta. Riuscirono a nascondersi per anni cambiando identità. Ebbero dei figli, ma vivevano con la paura ed erano costretti trasferirsi improvvisamente ogni qualvolta l’FBI si avvicinava. Il film è Vivere in fuga e fra gli interpreti c’era un giovane River Phoenix.

Siamo nel 2012 e Robert Redford si cimenta in una storia simile con La regola del silenzio. L’inizio della pellicola è una sequenza d’immagini delle rivolte degli studenti americani contro la guerra in Vietnam. Questa breve scena serve per riportarci indietro nel tempo, e darci una struttura storica: negli anni settanta la guerra del Vietnam era ancora in corso, ma l’opposizione all’interno degli Stati Uniti stava crescendo. L’età media di un soldato in Vietnam era di diciannove anni, mentre durante la seconda guerra mondiale era di venticinque.

Nel 1970 alla Kent State University dell’Ohio la guardia nazionale sparò sugli studenti contestatori, uccidendo quattro persone. La reazione fu accesa e quattrocento università e scuole superiori si ribellarono; studenti e professori scioperarono e organizzarono una grande marcia su Washington, in cui migliaia di persone circondarono la Casa Bianca. Un gruppo di ragazzi rispose alle maniere violente della polizia e della politica lasciando l’organizzazione studentesca ed entrando in clandestinità per organizzare un movimento comunista leninista antimperialista radicale. Questo gruppo prese il nome da un testo di una canzone di Bob Dylan: Weather Underground. Compirono molte azioni, alcune provocatorie, come l’attacco al Pentagono, altre ebbero delle vittime fra polizia e civili. Nel tempo, alcuni terroristi furono uccisi, altri arrestati e altri fuggirono. Riuscirono a cambiare nome e si rifacendosi una vita, nonostante la polizia federale fosse ancora alle loro caccia.

Passata questa introduzione, il film si porta ai giorni nostri: una vecchia aderente al movimento viene arrestata dall’FBI e di conseguenza tanti altri membri nascosti rischiano di essere scoperti. Fra questi c’è Robert Redford, ora avvocato vedovo con una bellissima bambina, che da ragazzo era stato fra i componenti del movimento, e che è ancora ricercato per l’uccisione di una guardia durante una rapina. La sua identità viene scoperta da un brillante Shia LaBeouf nel ruolo di un giovane giornalista d’assalto. Per discolparsi Redford è alla ricerca del reale colpevole della rapina. Dall’altra il reporter LaBeouf, con la sua incisiva inchiesta, sarà il primo ad arrivare alla verità. I due personaggi s’incontrano soltanto all’inizio e alla fine, mentre il resto del film si procede con un bel montaggio alternando le due linee principali.

Il regista Redford vuole farci riflettere sui movimenti politici più vicini alla sua storia personale. Non sembra un’analisi di movimento storico, qui siamo di fronte a una nostalgica riflessione dei tempi andati.

“Siamo diventati una storia che si racconta ai ragazzi.”

Redford vuole elaborare le colpe del passato, cercando di trasferire ad altri la responsabilità dei crimini e degli errori. Il personaggio avvocato ha definitivamente cambiato vita, non esprime un giudizio sull’accaduto, ha solo un desiderio: dimostrare alla figlia la sua innocenza, lui non è un assassino; e per riuscirci si lancia alla caccia del colpevole.

Secondo la morale Redford il senso di colpa appartiene agli altri. Il lato migliore del film è però il confronto fra i vecchi e i giovani in cui la gioventù è simboleggiata da LaBeouf. In una bella inquadratura il giornalista sta intervistando l’appartenente Weather Underground arrestata. Per lui i fatti, le motivazioni dell’epoca sono preistoria; i motivi della rivolta armata sono incomprensibili: li considera come dei terroristi fondamentalisti islamici. Ma lui è nato dopo la fine della guerra del Vietnam, come potrebbe mai comprendere? Nel colloquio in carcere lei è immobile, fredda, non ripudia la sua vita passata. Lui è attonito, la guarda, non intende il suo linguaggio, le sue motivazioni, stanno parlando due lingue diverse. La sua reazione è lanciargli una serie di domande sarcastiche. È uno scontro generazionale fra due età differenti. Non capisce la vecchia patetica terrorista davanti a lui.

Il regista Redford si schiera, in parte giustifica, sicuramente non condanna apertamente. Traccia il suo personaggio come una persona giusta, buona, che magari ha commesso degli errori in gioventù, ma chi non ha fatto delle cazzate da ragazzo? C’è un po’ di confusione, un’interpretazione sopra le righe, un’esagerazione dei toni e linguaggio per cercare le giustificazioni necessarie, non c’è mai un tono reale. Riesce meglio il giovane e arrampicatore giornalista. Lui per motivi anagrafici non ha colpe sull’argomento, ma certo ne ha altre: “C’è chi riporta ancora notizie?”. Eppure non si spaventa, non si rifiuta, per lui i Weather Underground sono solo un lavoro.

Divertente è la suspence metropolitana, il viaggio di fuga negli Stati Uniti, i vari ricercati dalla polizia. Intensa, e da me favorita, la caccia giornalistica: il reporter è un rapace predatore di scoop, a qualsiasi prezzo. Ma qualcosa nel finale s’interrompe. Sembra quasi che voglia concludere in fretta. Il soggetto è deficitario a trovare un’idea e un suo logico compimento. La conclusione la apprendiamo in trenta secondi dalla televisione. Nondimeno abbiamo partecipato per oltre due ore, avremmo meritato un’attenzione maggiore.

Ma perché Robert Redford è scappato dalla Sala Grande prima della fine del film?

Presentato fuori concorso alla Mostra del Cinema di Venezia 2012, la pellicola esce in Italia il 15 novembre. il 20  dicembre.

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