Venezia 71 – The Cut (2014)

29/09/2014 by Roberto Matteucci
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The Cut (2014)

“Piscia nella tua sciarpa, legagliela al collo e guarirà.”

Il genocidio degli armeni iniziò nel 1915. Fino a quel momento era consistente la comunità armena in Turchia. Gli armeni furono sterminati, un olocausto ancora oggi negato dai governi turchi. Per la maggior parte degli studiosi non fu una guerra di religione – in Turchia c’erano moltissimi cristiani ortodossi – ma una spietata pulizia etnica. Sicuramente era un periodo storico inquieto, tanti radicali cambiamenti stavano avvenendo. La prima guerra mondiale era scoppiata, l’impero ottomano era sotto attacco per il ritorno dei tanti nazionalismi da loro soggiogati; in Grecia i preti ortodossi del Monte Athos stavano guidando la rivolta. Di fronte a tante paure, in Turchia accade un dramma, nel silenzio atroce di tante, troppe voci.

A Istanbul vivono circa quarantacinquemila armeni. La scrittrice turca Elif Shafakne in La bastarda di Istanbul ci racconta – in una seducente storia tutta al femminile – le difficoltà a spiegarsi, a parlare, a chiedersi scusa:

… la verità è … che certi armeni della diaspora in realtà non vogliono che i turchi riconoscono il genocidio. Se mai lo facessero, ci sfilerebbero il tappeto di sotto i piedi e ci toglierebbero il legame più forte che ci tiene insieme. Proprio come i turchi si sono abituati a negare le loro malefatte, noi armeni ci siamo abituati a crogiolarci nel vittimismo. A quanto pare certe vecchie abitudini andrebbero cambiate da entrambe le parti.” (Elif Shafak, La bastarda di Istanbul, Rizzoli, Milano, 2007, Pag. 288)

La scrittrice Elif Shafak è di origine turca è nata e vive in Francia. Il regista Fatih Akin è di origine turca, è nato e vive in Germania. Sono questi autori turchi, cresciuti all’estero ad affrontare le difficoltà di comprensione fra le due popolazioni. Fatih Akin si confronta con la cultura armena con il film The Cut. La storia è la saga di Nazaret. Nazaret è armeno e nel 1915 abita in Mardin, una città dell’attuale Turchia. Parte proprio dall’epoca il lungo tragitto di Fatih Akin. Nazaret ha una bella famiglia, una moglie, due figlie e tanti parenti. Sono felici, troppo felici per non capire l’arrivo imminente di una tragedia “Gli siamo sempre stati fedeli.” In breve il pover’uomo è arrestato e portato ai lavori forzati. Poco dopo la famiglia sarà deportata. Per tutti gli armeni inizia un viaggio nel deserto senza cibo e senza acqua. Nazaret riesce a sopravvivere. Separato dalla famiglia, scopre la morte della moglie ma le due figlie si sono salvate, sono state affidate a un istituto religioso. Vuole raggiungerle a tutti i costi perciò inizia il suo rocambolesco espediente per la conoscenza del mondo armeno. Nel 1916 arriva in un campo profughi. È una descrizione biblica, apocalittica. In ripari fatiscenti, tanti armeni stanno morendo, abbandonati, affamati, senza assistenza, dopo un viaggio lunghissimo e soprattutto nel cuore hanno tanto dolore per l’esperienza subita senza pietà. Nazaret scopre l’inferno, e la sua fede religiosa vacillerà: “Dio non è misericordioso” tenta di cancellare la croce e compirà un gesto di terminale compassione. Seguendo le tracce arriva ad Aleppo in Siria, in quel momento è ancora sotto la dominazione degli ottomani. È stato salvato e nascosto da un produttore di sapone: “le puttane di Aleppo vi saranno grate” ridicolizza dei soldati turchi mentre gli regala del saponette.71 Mostra Internazionale cinematografica di Venezia

Nel 1922 è in Libano. Più avanti vaga addirittura a L’Avana. Qui scopre la comunità armena presente pure nel paese caraibico. Nonostante la bellezza del malecon, salpa per la Florida, è eternamente alla ricerca delle figlie. Prende il battello e arriva Minneapolis, da lì fino al Nord Dakota e poi … poi basta, io non c’è la faccio più. Fatih Akin è un regista capace, bravo e umano. In The Cut prevale la valenza umana mentre abilità e intreccio si sono persi nei meandri della rincorsa a piedi, in treno, in nave.

Il film ha sicuramente molti elementi positivi, come una contrapposizione negativa. Il pellegrinaggio dall’Armenia agli Stati Uniti, passando per Cuba appare esagerata e conflittuale con la normale realtà degli armeni. Però è vero anche il contrario. Non siamo di fronte a un road movie, l’avere toccato posti così diversi e in ognuno aver incontrato un’amicizia armena, sempre disponibile all’aiuto è il simbolo della diaspora armena. Con il genocidio, gli armeni, come Nazaret, sono partiti per tutto il mondo. Perfino l’episodio del cinema ad Aleppo è discutibile. È sparato in mezzo a una calamità senza una finalità drammaturgica. Può essere letto come una citazione sul valore del cinema, e della storia bivalente di The Cut. Una cinepresa sta proiettando un film di Charlie Chaplin (non è un caso). Un gruppo numeroso di persone sta guardando la scena. Nazaret sta ridendo e si diverte, come tutti, salvo una donna esagitata: “non guardate il lenzuolo, è opera del demonio.” Grazie alla magica atmosfera del cinema Nazaret ha dimenticato momentaneamente la propria sciagura.

The Cut ha una struttura lineare, con immagini ricercate nella fotografia, belle e solari quelle nel deserto, più cupe e tenebrose quelle prevalentemente apocalittiche. Il regista però non ci risparmia tanti momenti lunghi e riflessivi, forse un po’ troppi lunghi e riflessivi. Ci sono alcune dimenticanze nella trama e talune banalità talmente ovvie da infastidire. Aggiungiamo la recitazione in inglese, la quale non aiuta molto ad accentuare l’ambiente dell’epoca. Gli riescono meglio le scene corali, quelle catastrofiche e sconvolgenti come un inferno dantesco.

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