Venezia 69 – The Weight (2012)

16/09/2012 by Roberto Matteucci
2012, Corea del Sud, Drammatico, Film Asiatici, Mostra del cinema di Venezia, Recensioni, Speciale festival di... divider image
The weight (2012)

“Vuoi morire con me?”

La Corea del sud vince la Mostra di Venezia con Pietà, e convince ugualmente con The Weight di Jeon kyu-hwan. È un film cupo, tossico, contagioso eppure riesce a penetrare nel concetto di vita e morte, il quale ci attanaglia da sempre. La trama è un intreccio indissolubile fra questi oscuri elementi, con persone esistenti e cadaveri. Le imperscrutabili e misteriose ragioni della dipartita non troveranno mai una ragione. Eppure la morte può non essere il male assoluto, per molti vivere è molto più doloroso: “Per le persone come noi, morire è meglio che vivere.”

Forse ci sarà una speranza, ma molto flebile per il futuro: “Forse nella prossima vita nasceremo con corpi migliori.” Perché la nostra materialità fisica è l’altro tema del film. Abbiamo un susseguirsi di esseri deformi, dei mostri, degli orchi.

Jung lavora in un obitorio. È abituato ai morti, svolge il suo lavoro in modo professionale con passione. Jung ha una terribile storia alle spalle. Orfano è raccolto da una famiglia. Qui finisce a letto con il figlio, un travestito, e sono cacciati dalla madre come maledetti. I corpi sono lo specchio non dell’anima ma del loro mondo in cui devono sopravvivere. Ecco la carrellata di brutali corpi. Jung è malato, gobbo e tubercolotico. Il travestito, campa soffrendo in un disgraziato corpo di uomo: “Voglio tagliarmelo e diventare una vera donna.”
La collega di Jung è un essere viscido, con delle pulsioni sessuali da soddisfare nella camera mortuaria. A trovare la madre morta arriva un ragazzo è costretto a indossare continuamente un casco da motociclista, perché ha il viso terribilmente deformato. È così raccapricciante da essere rifiutato perfino da prostitute disgustate.

Nonostante tutto, i cadaveri prevalgono. Sotto l’amorevole trattamento di Jung, i corpi dei morti diventano puliti, truccati, non sembrano neppure defunti. L’unico elemento riconoscibile è l’immobilità cui sono obbligati. Tuttavia anche queste salme possono rivivere. Il regista utilizza dei brevi flash back per riportarci nei frammenti della loro esistenza.
Oppure quando trasforma la camera mortuaria in una sala da ballo, perché i cadaveri si alzano e s’impegnano, elegantemente e sinuosamente, in un valzer con dei raffinati partner.
La scena è terribile per la sua visione cruda. L’atmosfera è identica al celebre dipinto di Edvard Munch: La danza della vita. Nel quadro il ballo è immobile fra visi spenti e inespressivi. La stessa tristezza nel misero obitorio di Seoul.

Ma ancor prima della danza, la visione cruda e spietata è ancora più malvagia e soprattutto inumana. Il regista usa un randello per colpire la nostra tranquilla esistenza. Infatti, ci percuote disumanamente con l’assurdo coito necrofilo fra il mostro con il casco e una giovane, bella ragazza defunta. L’accoppiamento avviene sotto gli occhi indifferenti di Jung, il quale oramai è freddo e impassibile per l’assurdo comportamento umano circostante. Nulla può più colpirlo.

La mente è deformata, come la vita. In una Seoul impegnata e moderna, gli avvenimenti di quelle sporche sale è irrilevante. Jung ha solo l’accigliato e bel travestito con cui poter dividere un frammento di affetto, anzi, forse siamo di fronte a un amore impossibile. Jung corre a salvarlo dopo l’arresto della polizia. È stato colto in fragranza durante una retata mentre era sodomizzato attraverso un glory hole. Il film ci mostra un altro luogo di miseria. Tante cabine di un sedicente locale dove all’interno ci compivano rapporti sessuali infimi e disperati.

Jeon kyu-hwan riprende il linguaggio di Kim ki-duk – presente in sala – per lo stile cupo, infausto, scuro, dark con cui la pellicola è stata girata.  Oltre grigio e nero, macchie rosse per il sangue chiazzano i vestiti e le stanze. Crudo, visivo, collerico il regista ha un’abilità potente nel devastarci. Non tralascia nessuna miseria umana, soprattutto gestisce i corpi con grande capacità. Tende a creare una frattura con la loro anima, perché nessuno si sente malvagio o escluso. Tutti hanno una sensibilità non rispondente all’orrenda repulsione provocata alla gente.

Poiché nulla deve essere nascosto, i minuziosi dettagli appaiono come una fragilità umana. L’intreccio fra morte ed esistenza, fra cadaveri e vivi, fra deformati e normali è intrinseco in ogni inquadratura. La scena del ballo è l’esempio miglio riuscito esteticamente. Ma è soprattutto nel pietoso e doloroso finale che vita e morte s’incroceranno fisicamente.

Perché a volte lasciare questa valle di lacrime può essere un passo avanti.

Voto: 

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