Venezia 69 – Thy Womb – Sinapupunan (2012)

11/05/2013 by Roberto Matteucci
2012, Drammatico, Filippine, Film Asiatici, Mostra del cinema di Venezia, Recensioni, Speciale festival di... divider image
Thy Womb - Sinapupunan (2012)

“E se le proponessi di sposare mio marito?”

Tawi-Tawi è una piccola isola nell’estremo sud delle Filippine. È distantissima dalla capitale, mentre fisicamente è quasi attaccata al Borneo malese. Per vicinanza la religione è musulmana. Sitangkai è un villaggio sulla costa dell’isola. La popolazione vive sull’acqua in palafitte di legno. Il gruppo etnico prevalente è quello dei Bajau, sopranominati gli zingari del mare, ma è un appellativo insignificante e incorretto, utilizzato, infatti, a vanvera pure per altre popolazione della zona, come i Chao Ley in Thailandia.

Brillante Mendoza porta a Venezia Thy Womb – Sinapupunan, raccontando la vita di una donna – Shaleha – e suo marito – Banga As.

Innanzitutto vuole scuoterci, mostrandoci come l’amore può significare una devozione totale, fino alla distruzione personale per santificare la felicità dell’amato. L’amore comporta una buona dose di possesso e di egoismo. Se amassimo una persona e comprendessimo che potrebbe essere più felice con una altra, potremmo, non sono rinunciare, ma anche a cercargli la persona giusta?

Io non potrei. Ma Brillante Mendoza ci rivela come possa essere possibile, però ci deve trascinare in una piccola, sperduta e sconosciuta isoletta dell’Asia. Il miracolo avviene in questi stupendi e magnifici spazi. Potrebbe essere una giustificazione, come per dichiarare che certe forme di venerazione possono esistere solo in remote località. Shaleha è una levatrice. Svolge il suo lavoro con amore, passione e dedizione. In pratica tutti nel villaggio sono nati grazie a lei. Tuttavia, per una terribile legge del contrappasso, lei è sterile. Nonostante l’impossibilità ad avere figli, la coppia si ama profondamente. Shaleha comprende la sofferenza del marito nel non avere un erede. Ma una soluzione è possibile. Shaleha consiglia al consorte di trovarsi una seconda moglie e concepire con lei la creatura tanto desiderata. Proposta realizzabile perché sono musulmani e possono avere un’altra sposa. Comincia la lunga ricerca capeggiata da Shaleha, al suo seguito il marito e l’imam. Trovare e convincere una bella ragazza come seconda moglie di Banga-As non è impresa facile. Le traversie e le difficoltà sono tante. L’uomo non è un ragazzo, e quindi le probabili pretendenti sono poche. Inoltre c’è il problema della dote, insormontabile per le condizioni disagiate. Ma Shaleha non si arrende, è pronta a tutto. Alla fine riesce a persuadere la famiglia di un’attraente e giovane ragazza. Il matrimonio è realizzabile, però la ragazza pone una spietata condizione: alla nascita del bambino, Banga-As deve cacciare la prima moglie. Il terribile obbligo è accettato da Shaleha. Appena compiuto il suo lavoro di ostetrica, aiutando a partorire il figlio del marito, lei scomparirà.

La storia di amore ha un fascino quasi impossibile, soprattutto per l’ambientazione. Il mare è fantastico, la natura di quelle isole incommensurabile. L’amore esiste ovunque. Sconfiggere l’egoismo non è difficile e Brillante Mendoza conduce una sua personale battaglia visiva. Il rischio era grande, si poteva cadere nel documentarismo alla National Geographic, ma il suo stile riesce a evitarlo. Fortunatamente non è solo ad affrontare battaglia. Come alleata ha la recitazione perfetta di Nora Aunor. A me sconosciuta, mentre mi dicono che è diva famosa e popolare nelle Filippine con oltre cento ottanta film. Fra i due si forma una relazione artistica.

Il film inizia con la ripresa di un parto. Shaleha è la levatrice. La ripresa è tutta in primo piano. In questa immagine comprendiamo la passione per il suo lavoro e l’amore per i bambini della donna. Il suo cruccio lo afferriamo immediatamente. Da una parte c’è la sua infecondità, dall’altra la natura con la nascita del bimbo. Sente la colpa dentro di sé. E per rimediare il suo difetto deve contribuire a trovare una soluzione. La storia è disegnata con tanti colori vivi, con rigogliosa natura, con un verde predominante e specialmente tanta tanta acqua. L’acqua serve ad alimentare i Bajau, perché la pesca è la fonte principale della loro povera economia. L’acqua è pure fonte di pericolo. La povera imbarcazione dei coniugi è assalita dai pirati per rubare il pescato. La coppia si trova in mare, lui è ferito, lei deve sorreggerlo e cercare di rientrare nella barca. È il momento dell’impossibilità, del disagio fisico, dell’individuazione dell’effimero, è il momento cui bisogna procurarsi una discendenza.

Il regista non sottovaluta l’aspetto sociale.

Gli abitanti sono musulmani. Chiesa e moschea sono affiancate, ma la chiesa è decadente, abbandonata, rovinata, il crocefisso è caduto. L’abbandono è il segno della storia. Appare perfino in altre scene, come soldati che corrono all’inseguimento nel mercato, o la sparatoria improvvisa durante il festeggiamento di uno sposalizio. L’isola si trova nella turbolenta regione di Mindanao con maggioranza musulmana, dove gruppi islamici compiono atti di violenza per ottenere una secessione dalla cattolica Filippine.

I dialoghi sono limitati all’essenziale, tutto proviene dalla purezza delle immagini forti e semplici allo stesso momento.  Shaleha è l’elemento portante, è lei a decidere: spesso lei è centrata mentre lo sfondo è sfuocato. Ci sono dei momenti antropologici, come le inquadrature del matrimonio, lunghina, anche se contribuisce ad alimentare la struttura del film.

 

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