Bangkok 12: Timbuktu (2014)

09/04/2015 by Roberto Matteucci
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Timbuktu (2014)

“Where is God in all this?”

Timbuktu, città ricca di storia e di cultura – patrimonio dell’umanità dell’Unesco – fu conquista nel 2010 dagli jihadisti musulmani del Mali. Durante l’occupazione imposero regole rigide, le quali furono disarmanti per gli abitanti. Solo l’intervento dei francesi cambiò la situazione, la quale, però, rimane incerta e indecisa.

Il regista Abderrahmane Sissako ha raccontato nel film Timbuktu dei frammenti di vita della popolazione della città durante la dominazione jihadista. La pellicola è stata presentata alla 12 th World Film Festival of Bangkok 2014. Il regista consegna un taglio politico molto chiaro, però lanciandoci perfino delle schegge di poesia.

S’inizia con una corsa di un’antilope nel deserto. Una galoppata leggiadra, fino a percepire il senso di una fuga. Si stacca su un pick-up con diversi uomini armati che stanno sparando. Il loro bersaglio non è l’antilope come appare. In realtà il film inizia dalla sua fine. Nella seconda scena gli jihadisti stanno praticando il tiro a segno, utilizzando come bersagli delle statue tribali africane. Quando i colpi vanno a segno, si distruggono. Una metafora evidente, due mondi contrastanti, uno dei quali, con la violenza, stermina tradizioni e civiltà. Il comportamento dei guerriglieri è rigido e violento. A volte la loro repressione si trasforma nelle mani del regista in grottesche esibizioni. C’è una volontà evidente a trasformare la loro dispotica maniera.

“Smoking is forbidden” “Music is forbdidden” sono alcuni dei più stravaganti divieti emanati.

Costrizioni non sopportate dalla popolazione locale.  Centrale è la scena di ribellione di una venditrice di pesce, all’assurda imposizione dei guerriglieri di indossare i guanti: “Our parents raised us in honour without wearing gloves.” Ancora più stravagante è la strampalata caccia degli jidahisti a una musica sentita in strada, proveniente dall’interno di una casa. “Cantavano preghiere: li devo arrestare?” E’ proibito giocare a calcio, venti frustate sono la punizione. Di fronte a questo divieto il regista ci presenta una partita di calcio di tanti colorati ragazzi, sono seri, concentrati, fare gol è il loro scopo. Si scatenano in dribbling, i passaggi sono precisi, il tiro a volte sconclusionato. C’è il massimo dell’impegno, con tiri, parate e festeggiamenti gioiosi per il gol. Ma c’è banale insignificante piccolo particolare: non hanno il pallone È il gesto massimo di disobbedienza, una scena di fantasia è la ribellione contro un potere travalicante. Certe forme di regime si combattono con il sogno.12 Bangkok Film Festival

C’è pure la rivolta di una donna pazza, con vestiti variopinti, la quale sfida apertamente un pick-up jihadista. Purtroppo ci sono scene molto drammatiche come la lapidazione degli adulteri. Ovvero le frustate a ragazzi e ragazze la cui colpa era suonare e cantare dentro casa. Per accentuare la follia delle regole imposte ci mostra jidahisti irrispettosi loro stessi. Alcuni discutono animatamente di calcio mentre il loro stesso capo fuma di nascosto, nonostante tutti conoscono il suo segreto. La follia della dominazione è alternata con scene di una famiglia di nomadi allevatori, i quali vivono pacificamente serenamente e amandosi in una tenda nel deserto. Kidane vive con la moglie, la giovane figlia e un ragazzino aiutante. L’ambiente è stupendo, il deserto, tanti animali, il fiume attraversa il territorio. Fra l’allevatore e un pescatore c’è un litigio, hanno un’ancestrale diversa visione della vita. Molti jihadisti provengono da fuori, da altre nazioni, non conoscono la realtà locale perciò il contrasto sarà affrontato da persone incapaci di applicare le leggi del posto.

Il film è un instant book romanzato. Una condanna di avvenimenti contemporanei. Non entra in profondità per comprendere perché e percome, ma non ci serve. Il regista utilizza un tono leggero, quasi disincantato, appare più teso per la disavventura di Kidane. Ma è una modalità di lettura, ci serve per descrivere i due mondi, separati e distanti.

Il pensiero dell’autore è rappresentato dall’imam della locale moschea, il quale caccia in malo modo i guerriglieri entrati con scarpe e armi.

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