Tokyo Fist (1995)

08/02/2013 by Giulio
1990 - 1999, Azione, Drammatico, Film Asiatici, Giappone, Recensioni, Thriller divider image
Tokyo Fist (1995)

La riflessione sul complesso e controverso concetto di “violenza” sembra essere una delle caratteristiche principali del cinema dell’Asia Orientale – e del Giappone in particolare – degli ultimi vent’anni. Molti dei maggiori registi giapponesi viventi hanno fatto della violenza il tema centrale della loro poetica: Sogo Ishii negli anni ’80 è stato tra i primi a mostrare al mondo il sostrato di violenza che ribolliva nell’apparentemente ordinata società nipponica, descrivendo le zone più povere e gli ambienti underground delle metropoli futuristiche; il pluri premiato Takeshi Kitano ha basato gran parte della propria carriera sull’ analisi – critica e tragicomica insieme – del mondo della Yakuza, insieme di gruppi criminali giapponesi organizzati secondo rigide regole di comportamento che (almeno in origine) si richiamano all’etica samurai dell’Hagakure; lo straordinariamente prolifico Takashi Miike (anche 4 o 5 film all’ anno) è noto soprattutto per l’estrema violenza di molti suoi film come Shinjuku Triad Society, il celeberrimo Ichi the Killer fino all’apoteosi di pura violenza e ferocia vendicativa nel trascendentale Izo. Non a caso tutti questi registi collaborano fra loro recitando o aiutando gli altri nei loro progetti. In questo ideale Rat Pack nipponico l’ultimo componente è il regista ( e attore, montatore, direttore della fotografia, scenografo…) Shinya Tsukamoto. All’ analisi di cause e sfumature della violenza nella società contemporanea Tsukamoto ha dedicato la sua intera carriera. Dopo alcuni lavori sperimentali come The phantom of Regular Size, Le avventure del ragazzo del palo elettrico e il lungometraggio cult Tetsuo, Tsukamoto ha iniziato ad isolare i singoli aspetti della violenza per analizzarli uno a uno: paura ed isolamento in Haze pulsioni erotico-distruttive in A Snake of June, tensioni fra classi sociali diverse in Gemini.

Tokyo Fist si apre con un volto disperato e un pugno diretto allo spettatore, poi una serie di immagini quasi astratte e ritmicamente scandite, suoni evocativi di incontri sul ring e pugili in allenamento introducono la vicenda. La pellicola tratta la de-umanizzazione come reazione alla violenza, la mutazione mentale e fisica come difesa estrema partendo da due personaggi simbolici, Tsuda e Kojima che incarnano della società osservata e dissezionata (e vissuta in prima persona) dal regista. Inizialmente le differenze fra i due sono chiare: il primo è un impiegato in un’agenzia di assicurazioni, semplice e “debole” non riesce ad affrontare le difficoltà della vita, il secondo invece è un combattente spietato che sfrutta ogni sconfitta per contrattaccare con maggiore forza. Tra i due oscilla Hizuru, moglie di Tsuda, che non sa decidere chi sia il migliore e finisce per restare invischiata nel folle meccanismo di trasformazione inarrestabile che colpisce gli uomini. Sarebbe sbagliato vedere in Tsukamoto un apologeta della forza e dell’ insensibilità bruta come come strategia di sopravvivenza. “Rigidità e forza sono compagne della morte, debolezza e flessibilità esprimono la freschezza dell’ esistenza. Ciò che si è irrigidito non vincerà” Ricordando una nota frase di sapore taoista da Stalker di Tarkovskij  possiamo ritrovare nella poetica di Tsukamoto una posizione analoga. La violenza della società contemporanea giapponese è una malattia che gli uomini cercano di curare con ulteriore violenza.

Il regista è un “entomologo” che osserva e mostra portando la realtà al parossismo solo per far risaltare meglio certi aspetti, ogni sua opera è un avvertimento. Nel terzo episodio della serie di Tetsuo (Tetsuo the Bullet Man presentato al festival di Venezia nel 2009) il climax ascendente di violenza sfocia nella distruzione atomica di Tokyo, in questa scena sta la morale dell’ intera opera del regista. Tsukamoto mostra chiaramente quale sia per lui l’origine di questo morbo, generalmente i suoi film principali sono infatti sviluppo del medesimo soggetto: un comuni impiegato di una metropoli inizia a sentirsi sempre più alienato dalla vita e soffocato dalla periodica meccanicità dell’ esistenza; l’impiegato arriva ad esternare tutta la propria frustrazione e gli istinti repressi in un totale sconvolgimento mentale e fisico, inizia la mutazione. La contraddizione del Giappone è per il regista paradossalmente il troppo ordine. Cercando di ottenere maggiore benessere economico attraverso un’inflessibile etica lavorativa basata sull’efficienza la società giapponese non fa che aumentare la pressione crescente che, ottusamente repressa, finirà per scoppiare improvvisamente. Curatore di quasi tutti gli aspetti tecnici del film (tranne che delle splendide musiche affidate all’ amico Chu Ishikawa) Tsukamoto riesce a conferire alle sue prime opere una perfetta corrispondenza forma/contenuto dove gli sconvolgimenti emotivi di Tsuda sono esplicitati dalla struttura stessa della pellicola, frammentaria, ellittica ed in costante mutamento cromatico.

Voto:

IMDb ♦ MymoviesOpensubtitles




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