Una separazione (2011)

07/12/2011 by Giulio
2011, César, Drammatico, Festival di Berlino, Film Asiatici, Golden Globe, Independent Spirit Awards, Iran, Oscar, Recensioni divider image
Una separazione (2011)

Per una volta l’inaspettata profusione di premi vinti dal film al festival di Berlino 2011 ha messo d’accordo quasi tutti i critici e i giornalisti. L’Orso d’Oro e la doppia premiazione collettiva a cast maschile e femminile sono sicuramente riconoscimenti incontestabili, una consacrazione per il regista Asghar Farhadi (già vincitore a Berlino dell’Orso d’Argento per il buon About Elly del 2009), e l’ennesima conferma dell’alto livello del cinema iraniano contemporaneo, in grado di resistere nonostante il crescente potere della censura.

Nader e Simin sono una coppia in crisi: lei vuole partire per l’occidente con la piccola figlia Termeh, lui è deciso a restare in Iran per accudire l’anziano padre, affetto da alzheimer. Quando Simin arrabbiata torna a vivere con i genitori, Nader è costretto a cercare un’infermiera/badante che si occupi del padre nelle ore di lavoro. Assume provvisoriamente una certa Razieh, ma dopo alcuni giorni durante un litigio provoca accidentalmente la caduta della donna, ignorandone la gravidanza. La donna perde il figlio e Nader è accusato di omicidio da Houjat, irascibile marito di Razieh.

L’Iran mostratoci da Farhadi è un paese diviso tra la tradizione e le leggi religiose da un lato e la necessità di confronto e di emulazione con l’occidente dall’altro. Queste due indoli, reazionaria e progressista, coesistono in precario equilibrio tra il popolo iraniano e quando entrano in contatto finiscono contrapposte l’una contro l’altra con risultati spesso tragici. Le due famiglie del film rispecchiano questa tendenza e mostrano con chiarezza le differenze culturali e sociali presenti tra persone appartenenti a ceti diversi, come già accadeva nell’iraniano Oro Rosso di Jafar Panahi. Se Simin e Nader formano una coppia “moderna”, quasi occidentale, dove il divorzio è accettato e la parità tra uomo e donna è un fatto normale, la seconda coppia formata da Razieh e Houjat è molto diversa e più ancorata alla tradizione. La scena in cui Razieh telefona preoccupata all’ufficio per i comportamenti conformi alla religione per sapere se può o meno lavare l’uomo anziano che le è stato affidato è un’eloquente esempio dell’importanza rappresentata dalla religione (e dal timore di commettere peccato) per lei e per moltissimi iraniani. Il continuo appellarsi a Dio di Houjat, il suo insistere sul giurare sul Corano e la sua ansia nel dichiararsi un buon musulmano rispetto a Nader sono tanti piccoli dettagli che contribuiscono a descrivere un certo tipo di società iraniana, dove la fede entra direttamente in contatto con qualsiasi aspetto del quotidiano, sia in privato che in pubblico.

Farhadi giustamente non esprime opinioni dirette, non giudica in modo rigidamente manicheo, lascia che entrambe le parti mostrino le proprie ragioni e le proprie contraddizioni: fino a che punto Nader è innocente o fino a che punto Houjat nelle sue azioni è scusato dalla povertà e dal ceto a cui appartiene? Non vengono date risposte definitive ma, come dichiara esplicitamente il finale, non se ne sente affatto il bisogno.

Tra i pregi del film, oltre agli ottimi interpreti (alcuni ex collaboratori di Strehler) e all’abilità mimetica del regista nel mostrare il suo Iran, è particolarmente affascinante la messa in scena stessa dei fatti. Dopo l’incipit la narrazione comincia quasi come un semi documentario e prosegue poi con leggerezza mostrando ogni avvenimento come se fosse un avvenimento normale e senza importanza. Alla fine ci si accorgerà invece che quei “tempi morti” e i tanti dettagli secondari disseminati da Farhadi nel suo film contribuiscono tutti all’armonia dell’insieme, avendo tutti la medesima importanza nello sviluppo narrativo. La grande tensione drammatica crescente e la molteplicità di idee e contenuti sono in questo modo esposte in maniera fluida e naturale, il realismo della pellicola conferisce così un tocco di freschezza e levità ad una riflessione e a temi tanto delicati e complessi.

  • Oscar 2012: miglior film straniero
  • Festival di Berlino 2011: Orso d’Oro, premio della giuria Ecumenica, Orso d’Argento
  • British Independent Film Awards 2011: miglior film straniero
  • César 2012: miglior film straniero
  • Golden Globe 2012: miglior film straniero
  • Independent Spirit Awards 2012: miglior film straniero

Voto:

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Voto: tre e mezzo




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