Venezia 70 – Unforgiven/Yurusarezaru mono (2013)

12/12/2013 by Roberto Matteucci
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Unforgiven/Yurusarezaru mono (2013)

“La spade è l’anima dei samurai.”

Nel 1868 l’esercito dell’imperatore sconfisse le ultime residue opposizioni dei soldati dello Shōgun Togugawa. Per l’ultimo erede della dinastia, Komei, ci fu un trattamento magnanimo, perché, nonostante la sconfitta, gli fu assegnata una grossa rendita, consentendogli il ritiro a vita privata. È l’inizio dell’era di un governo illuminato (meiji) e della restaurazione imperiale. Ai feudatari giapponesi, i daimyō fu ordinato di sciogliere la propria milizia, sarebbe lo stato a occuparsi della difesa. Ai samurai fu decurtato lo stipendio del cinquanta per cento. Il peggio doveva ancora arrivare. Nel 1876 ai samurai fu proibito di portare le due spade: il più importante simbolo della loro identità. Contemporaneamente, come le potenze europee, il Giappone, ebbe il suo esercito di leva, con il grande cambiamento: con l’addestramento chiunque poteva divenire samurai. Per i samurai il risultato fu la disoccupazione, la miseria e per molti, perfino l’umiliante vendita della spada. Alcuni riuscirono a riconvertirsi: divennero poliziotti, insegnarono arti marziali, altri artigiani, mercanti. Ma per molti, di fronte alla sconfitta e all’umiliazione, ci furono molti scontri con l’esercito regolare. Nel 1880 nell’isola di Hokkaido, al nord del Giappone, si rifugiarono tantissimi samurai.

Da quest’avvenimento storico inizia Yurusarezaru mono – Unforgiven del regista Sang-il Lee.70 Mostra Internazionale cinematografica di Venezia

In fuga nell’isola c’è Jubee Kamata, un potente e terribile samurai. Durante il periodo dello Shōgun fu uno spietato esecutore, capace di uccidere molti soldati ma addirittura tanti civili: “Dopo ricorderai anche se non vuoi.”

Dopo la caduta si è sposato con una donna Ainu (la popolazione indigena di Hokkaido). Essa lo costrinse a cambiar vita, ma presto rimase vedovo con il compito gravoso di prendersi cura di due figli ancora bambini. Lavora come agricoltore, ma è una condizione misera e povera da rendere impossibile lo sfamare della famiglia. L’arrivo di un anziano compagno d’armi lo riporterà in azione. Il compito è guadagnarsi la taglia su due uomini messe dalle puttane di un postribolo. Insieme a un goffo Ainu, unitosi a loro, si misero in caccia. Ma la nuova polizia e l’esercito non consentono più ai samurai di portare la spada e di svolgere azioni punitive. Il vecchio e il nuovo si confronteranno in una micidiale battaglia. L’uomo è nostalgico; perciò i samurai persa ogni dignità, combatteranno per salvare l’ultimo filo di onore. Se Akira Kurosawa ne I sette samurai trova l’onore nella vita dei contadini, in Yurusarezaru mono –Unforgiven sarà la violenza vendicativa a determinare l’ultimo squillo d’irreprensibilità. Particolareggiato, dettagliato, come sono le pellicole storiche di questo periodo, gli uomini sono sporchi, indigenti, con vestiti stracciati, unghie nere e tanta merda.

Il film di Sang-il Lee combatte l’ossessione del passato; nella fattispecie è la storia di un samurai, ma in generale è valida per chiunque. Immagini ampie, primi piano con sfondi minuscoli, larghe praterie giapponesi. Bellissime sono le scene del flash back, quando i samurai erano braccati dai militari imperialisti nella neve. Il bianco della neve è macchiato dal rosso del sangue. E tanta paura; la paura della morte, i timori per un’epoca chiusa definitivamente; l’epoca Meiji era innovativa, moderna; per i poveri samurai e le loro spade non c’era più posto: “Non voglio morire.” Il film accompagna sempre questo sentimento. La battaglia, piena di azione, è il capriccio di un riscatto inverosimile, un sogno dentro la mente di personaggi storici. L’umanità triste di Jubee Kamata, il suo ultimo gesto di vendetta, il suo volto malinconico è la fine di un mito.

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