United Red Army (2007)

01/05/2012 by Giulio
2000 - 2009, Drammatico, Film Asiatici, Giappone, Recensioni divider image
United Red Army (2007)

Tra gli stati dell’Asia orientale il Giappone è probabilmente quello in cui i moti giovanili “occidentali” degli anni ’60 hanno trovato l’adesione più massiccia ed entusiasta. Da quel periodo di lotte universitarie per la pace e per forzare la disgregazione dell’autoritarismo gerarchico che caratterizzava la società dell’epoca rimasero inevitabilmente delle traccie durature anche nel mondo dell’arte. Scrittori, musicisti e registi formatisi in quel periodo di improvvisa trasformazione non possono non aver assorbito, anche solo in maniera indiretta, parte dell’atmosfera di tensione e novità del tempo: romanzieri importanti come Oe Kenzaburo o Murakami Haruki hanno trattato diffusamente delle conseguenze nel loro paese della “rivoluzione del ’68” e gruppi musicali impegnati politicamente come “Zuno Keisatsu” o il cantante Mikami Kan vantano ancora un notevole numero di appassionati. Inevitabilmente anche gli aspetti negativi di quel periodo, con gli scontri violenti, i sequestri di persona e gli attentati hanno da subito suscitato grande interesse, insinuandosi con prepotenza nella memoria collettiva.

Con queste premesse Wakamatsu Koji ha realizzato nel 2007 United Red Army, rigorosa ricostruzione dell’operato di uno dei gruppi terroristici più noti della recente storia giapponese, nato come un’unione di studenti pacifisti e finito nel sangue. La lunga pellicola (190 minuti) è divisibile in tre parti che scandiscono l’evoluzione del gruppo ed il passare del tempo. La prima parte consiste in una sorta di prologo esplicativo che serve ad introdurre il pubblico nel clima violento e confuso della fine degli anni ’60, quando gli studenti occuparono le maggiori università giapponesi e cominciarono ad organizzarsi in gruppi. Con uno stile semi-documentario, facendo uso di voce fuori campo e di scritte in sovrimpressione Wakamatsu alterna in questa prima parte materiale di repertorio e scene di finzione, utili per prendere confidenza con i molti personaggi che affollano il film. Dopo alcuni tentativi falliti di insurrezione armata alcuni gruppi, ormai fortemente politicizzati, decidono di unirsi e di ritirarsi sui monti disabitati per svolgere esercitazioni al riparo della polizia. Inizia così la lunga parte centrale della pellicola, la più coinvolgente e riuscita.
Isolato per mesi sui monti il gruppo comincia a sfaldarsi e poco a poco, ma in maniera inesorabile, alcuni studenti cominciano a dimostrare un fervore rivoluzionario esagerato e distorto, ottenuto il controllo del gruppo cominciano ad attuare un piccolo regime di terrore. Dai toni di idealismo e speranza dell’inizio il film si fa più cupo, la musica più drammatica e rarefatta, lo spettatore avverte chiaramente il mutare improvviso della situazione. Le giornate sono scandite da esercitazioni massacrati e da momenti di indottrinamento collettivo dove chi mostra segni di cedimento è subito obbligato a fare “autocritica” e a subire percosse e torture. Wakamatsu è abile a suggerire il clima sempre più opprimente ed inquietante che si avverte nel rifugio montano, un’atmosfera tipica di molti suoi film come i claustrofobici “Embrione” o “Perfect education: akai satsui”. Il senso di soffocamento trasmesso dai film del regista non è quasi mai destinato a amplificare per contrasto una vera catarsi conclusiva, gli eventi precipitano drammaticamente e un pessimismo generalizzato finisce sempre per prevalere. Le agghiaccianti sceneggiature delle sue opere mirano infatti ad una denuncia cruda e diretta, esente da un qualsiasi elemento superfluo e rassicurante che possa rallentare anche di poco la ricezione del messaggio da parte dello spettatore.

Nella terza ed ultima parte del film si assiste alla disgregazione definitiva dell’originale “Armata Rossa”: componenti rimasti, braccati dalla polizia, si rifugiano in una casa prendendo in ostaggio una donna e dopo vari giorni di inutile assedio vengono arrestati. Dopo più di tre ore di film dunque si assiste al fallimento totale degli ideali rivoluzionari dei ragazzi che, invece di cooperare in modo costruttivo, si sono lasciati sovrastare dall’odio e dal potere. Come nei due capolavori gemelli Sympathy for the Devil – One Plus One e La cinese di J.L.Godard anche nel film di Wakamatsu si assiste a reiterati e frustranti tentativi di rivoluzione, grottesche imitazioni che diventano involontariamente parodie delle “vere” rivoluzioni del novecento.

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