Venezia 70 – Walesa.Man of Hope/Czlowiek Z Nadziei (2013)

26/12/2013 by Roberto Matteucci
2013, Biografia, Drammatico, Film Europei, Mostra del cinema di Venezia, Polonia, Recensioni, Speciale festival di... divider image
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“I sindacati pensano alle loro vacanze, non alle nostre maschere.”

La manipolazione della storia è evidente, ancora oggi, la sua scrittura rimane in mano a dei conservatori reazionari, i quali sanno solo elaborare un pensiero mainstream, legato ai clan della conservazione del potere. Di questo ho pensato, quando il maestro polacco Andrzej Wajda ha presentano fuori concorso a Venezia: Walesa. Czlowiek Z Nadziei – Walesa. Man of Hope. La sala era mezza vuota, i giovani erano in fila per il settario filmettino La piccola neve, nonostante presenziava la Sala Grande, nel suo splendido roseo colorito, lo stesso Lech Walesa e la moglie. Ci sono personaggi storici e attuali con una sopravalutazione incomprensibile, o meglio, lampante secondo quanto ho scritto in precedenza.

In un’intervista al regista Wajda a http://news.cinecitta.com/default.aspx?pag=54&nav=IT&lng=it-it&cnt=2812 ci spiega come lo stesso fenomeno accade pure in Polonia:

“Chi è, per i giovani polacchi di oggi, Lech Wałęsa? Non lo conoscono proprio. I miei attori sono invece più vicini a quella generazione e se lo ricordano bene. Per loro è una specie di supereroe. I giovani si facevano crescere i baffi per assomigliargli.” La caduta dei regimi comunisti è stata un’azione popolare, maturata in decenni, ma alcuni uomini hanno determinato una pressione maggiore. Uno di questi è stato Lech Walesa. Un uomo molto diverso dagli altri “complici” come Gorbaciov o lo stesso Papa Giovanni Paolo II. Egli era semplice, ignorante – perché non aveva studiato e non amava leggere – ma era intelligente, furbo, orgoglioso, onesto, uomo di fede, amante della famiglia, della Polonia e della libertà.70 Mostra Internazionale cinematografica di Venezia

Un film importante, solido, partigiano, perché Andrzej Wajda di quel movimento storico ne fece parte, e le pellicole L’uomo di marmo e L’uomo di ferro furono colpi intensi alla caduta del muro. Non c’è mitologia o esaltazione, anzi, l’idea di costruire la storia partendo dalla famosa intervista di Oriana Fallaci a Walesa è originale per la struttura scenica. L’intervista della giornalista italiana è del 1981. È un anno intermedio, perché i primi scioperi di Solidarność sono del 1970, mentre la caduta del regime comunista avverrà alla fine degli anni ottanta. Perciò il film intreccia la brillante l’intervista con flash back e flash fordward. Il colloquio fra i due ha una funzione di determinare il carattere umano del sindacalista. È un carattere aggressivo, ama le donne – e la Fallaci è una bella donna – ma non vuole essere da loro sottomesso. Della Fallaci giornalista sappiamo tutto, non è certo donna da aver paura, come quando si tolse lo chador di fronte a Khomeini. Con Walesa ci sono scintille, perché la scrittrice fiorentina lo scorge come pieno di se, incolto, parla con libertà senza una struttura predefinita. Però si accorge del carisma dell’uomo. Nei flash c’è tutta la storia del sindacato. Dai primi arresti durante gli scioperi, all’ascesa in Solidarność, alla prigionia per undici mesi nel sud della Polonia, alla vittoria del premio Nobel per la pace, all’accettazione del governo delle richieste sindacali. L’abilità del regista è nell’individuare le finalità, di puntare su Walesa anche attraverso il ritratto della moglie. Docile ma determinata, mentre Walesa correva i rischi, la donna lo riportava ai propri doveri familiari. Wajda ripete in vari momenti la stessa identica scena: quando pensa di correre dei rischi e quindi di non poter tornare a casa, perché in prigione o peggio, Lech consegna alla moglie il suo orologio e la fede, perché possano venderli per mangiare. Raccontare venti anni di storia in due ore bisogna correre abbastanza, dunque il film è sintetico con alcune scene degne del maestro polacco. Storicamente un altro personaggio, protettore dello scardinamento dei regimi comunisti, fu Papa Giovanni Paolo II.

Racconta Wajda:

“ Forse per deformazione, ma in Italia si ha l’impressione che Solidarność fosse un movimento strettamente legato alla Chiesa cattolica e alla figura di Karol  Wojtyla. Nel film Giovanni Paolo II non pare poi così influente…

Perché in effetti, secondo me, le discussioni tra Wałęsa e Wojtyla non sono state determinanti ai fini della nascita del movimento. E’ stato piuttosto fondamentale la visita del papa in Polonia. In quell’occasione tutti temevano che ci sarebbero stati problemi e rivolte. Ci si interrogò molto sul ruolo che avrebbero dovuto avere le forze di polizia. Ma non ci fu bisogno del loro intervento. I credenti si organizzarono da soli. Allora divenne lampante che la Polonia poteva autogovernarsi senza bisogno di un regime. Questo evento ha rinforzato molto il ruolo di Wałęsa e Solidarność, il che ha contribuito alla creazione di una Polonia indipendente. Inoltre con Wojtyla il paese ha acquisito un rappresentante molto importante a livello internazionale.”

(http://news.cinecitta.com/default.aspx?pag=54&nav=IT&lng=it-it&cnt=2812).

Infatti, nel film il Papa appare poco, mentre è molto presente come immagine. La sua foto campeggia nei cancelli dei cantieri in sciopero, è presente in ogni casa, una penna con l’immagine del Papa fu utilizzata da Walesa per la firma degli accordi. Inoltre Walesa aveva una devozione “ironica” nei confronti del Papa. Quando un sacerdote gli vuole consegnare l’enciclica scritta da Giovanni Paolo II, egli risponderà in modo determinato e incontaminato: “Non ho bisogno di leggerla. Io sono sempre d’accordo con quello che dice il papa.”

Ma l’importanza della figura del Papa polacco la riscontriamo in una bellissima scena. Il Papa è arrivato a Varsavia. Nello stesso momento, Walesa è in una stazione di polizia e due poliziotti in borghese perquisiscono la sua casa. Nell’abitazione c’è solo la moglie, la quale sta battibeccando con loro. Quando si ricorda del Papa corre in salotto, accende la televisione e appaiono le immagini di Giovanni Paolo II e della grande folla corsa ad accoglierlo. La donna appena lo vide si getta in ginocchio per deferenza. Lo stesso gesto lo compie uno dei poliziotti. Mentre l’altro getta uno sguardo di fuoco su povero devoto gendarme. In questa inverosimile sequenza si comprende la fine imminente del regime.

Il Lech Walesa di Wajda è un uomo popolare, un operaio, un uomo di fede, ma altresì presuntuoso (“Io non ho mai letto libri.”), sicuro di sé, determinato e coraggioso: “Io non sono un politico sono un elettricista.” In realtà fu un uomo invincibile, il quale grazie al carisma riuscì a compiere una rivoluzione – impossibile fino a qualche anno prima – senza spargimento di sangue. Per gli ignoranti storici, la colpa di Lech Walesa è chiara: non è uno snob, non un saccente intellettuale, non frequenta i salotti, non firma le petizioni alla moda, è un elettricista, credente. Inoltre sconfisse il comunismo: ancor oggi tanti intellettualini non gli lo perdonano.

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