Venezia 70 – We Are the Best! (2013)

16/10/2013 by Roberto Matteucci
2013, Drammatico, Film Europei, Mostra del cinema di Venezia, Recensioni, Svezia divider image
We are the best! (2013)

“La Svezia è la mia patria.”

Una benedizione di Dio. Quest’anno al festival di Venezia il film più esilarante parla di funerali. Vi är bäst! – We Are the Best!, del regista svedese Lukas Moodysson è un dono del Signore. Finalmente una commedia brillante, allegra, gioiosa. Ben diretta, ben scritta, recitata simpaticamente da tre attraenti ragazzine.

Lukas Moodysson è uno svedese completo, racconta la propria nazione con ironia, beffando il pubblico. Fucking Åmål – Il coraggio di amare è una storia di due ragazzine lesbiche, con il loro approcciarsi in una Stoccolma moderna, e fintamente spensierata. Together è un passo indietro nella vita dell’autore. Ci racconta, con una leggerezza invidiabile, le avventure di una comune pseudo hippy, con un liberatorio finale: un marito – obbligato a non essere geloso – getta fuori di casa la moglie zoccola con la scusa del sesso libero. Anche Vi är bäst! – We Are the Best! è un ritorno nel passato del paese scandinavo. Non c’è nostalgia ma la consapevolezza di aver vissuto un momento unico. Stoccolma 1982. In una casa tante persone festeggiano il compleanno di una donna. Sono festose, hanno bevuto, ballano. Isolata c’è l’incupita e triste Bobo, la figlia della celebrata. Bobo ha tredici anni, in America sarebbe una nerd, perché un po’ sfigatella, bruttina, ai margini della scuola. La sua migliore amica Klara ha le stesse caratteristiche. “Cazzo quanto siete brutte.” È lo spietato giudizio; in realtà non sono brutte, sono solo delle adolescenti in crescita, con un corpo incastrano nel mezzo del passaggio. Sono un po’ depresse, non sanno come conquistare uno spazio nel mondo. È normale, è lo stesso per gli adolescenti di tutti i cinque continenti. Intorno a loro le famiglie sono al limite della distruzione. La madre di Bobo è divorziata, e avendo invitato a casa un uomo, si accorge della mancanza della figlia perché lei gli telefona. Poiché “frequentare gli sfigati è un atto politico” costringono un’altra ragazza, la perbene e cristianissima Hedvig, a diventare amici. La scelta cade su di lei per la sua emarginazione sociale. Siccome le ragazze vogliono riportare in auge il punk, fondando un complesso musicale, Hedvig con la sua abilità nella chitarra, è perfetta. La storia è un susseguirsi di gustose avventure delle simpatiche ragazze. Sono divertenti, esagerate, alla ricerca del loro essere, provocano guai, discussioni, problemi. Vestite assurdamente, si ritrovano a convivere, in ritardo con il tempo del punk: “Il punk non è mai morto”.70 Mostra Internazionale cinematografica di Venezia

I dialoghi sono gustosi, arrivano a dibattere su Dio con avventatezza. Sparano, con nonchalance, una successione di coscienti bugie. Vivono in un dormitorio, è una Svezia fredda, glaciale nei confronti dei giovani. Tanti lunghi campi, un montaggio pieno di tante sequenze per determinare il carattere delle ragazzine. Esse sono giovani ma non spensierate. La regola – gioventù uguale felicità – è stata cassata da tempo. Le ragazzine sono descritte impeccabilmente, un lavoro sui personaggi degno dei precedenti film, Moodysson è bravissimo nell’attività di estrapolatore di caratteri e dei particolari umani. Il punk è uscito dalla moda ma loro lo sentono come l’opportunità di ritagliarsi una personalità diversa. Sono rimasti in pochi fans, scoprono un altro complesso di ragazzi. Il loro incontro sarà fatale per Bobo, perché rimasti in due, i ragazzi scelgono Klara e Hedvig, mentre la povera Bobo rimane malinconicamente in disparte.

Il finale è una scoppiettante sequenza.

Chiamate a un concerto in una cittadina, le ragazzine suonano, male, di fronte degli spettatori grossolani e rustici. Nasce uno spassoso e assurdo confronto: “Siete brutte.” “Comuniste di merda.” Le ragazze continuano a suonare e a insultare i ragazzi. “Il punk è vivo.” Non importa se tutto è stato un fallimento, esse devono crescere è hanno fatto un passo in avanti. Si ride, si esce felici, contenti con il mondo, perché la storia ci porta di fronte a un classico disagio giovanile ma con semplicità e leggerezza.

È un esempio di come la commedia deve avere un posto importante, non possiamo nutrirci esclusivamente di suicidi, evirazioni, morti, tragedie, crisi economiche e violenze familiari.

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