Venezia 69 – Yema (2012)

29/10/2012 by Valeria Morini
2012, Algeria, Drammatico, Film Africani, Mostra del cinema di Venezia, Recensioni, Speciale festival di... divider image
Yema (2012)

L’Antigone di Sofocle trasportata nell’Algeria di non molti anni fa, sconvolta dalla guerra tra l’esercito e i miliziani islamisti. Una madre divisa tra il dolore del figlio morto e il conflitto con quello sopravvissuto, che la tiene “prigioniera” nella sua stessa casa, rifugio bucolico e sperduto che pare essere l’unica oasi al riparo dalla violenza.

Questo è Yema, pellicola franco-algerina diretta dalla regista Djamila Sahraoui e passata alla sezione Orizzonti della 69esima Mostra di Venezia. Un film girato con pochi mezzi e pochissimi attori che, a dispetto della sua essenzialità tutta giocata intorno alle tre unità aristoteliche, stupisce per la profondità dei suoi temi, legati indissolubilmente alla recente tragica storia algerina ma nello stesso tempo universali.

Affiancata dai giovani Samir Yahia e Ali Zarif, intepreti decisamente ispirati e convincenti, la Sahraoui, araba emigrata in Francia, legata alle proprie origini ma la cui cultura è imbevuta di teatro classico, si ritaglia il ruolo intenso della madre (questo il significato della parola yema). Recita e dirige per sottrazione l’intima e terribile storia di una donna che ha visto i suoi due figli combattere l’uno contro l’altro, è costretta a seppellire uno dei due (il militare) e assiste al declino dell’altro (l’islamista), che lei stessa non riesce a perdonare. Il male di un intero Paese si consuma all’interno di una famiglia, la corrode e isterilisce senza lasciare nient’altro che dolore e rabbia. In mezzo, la figura del giovane protettore-carceriere, il ribelle a riposo perché rimasto monco in battaglia, che impara a voler bene alla donna come a una madre, e il piccolo nipote, unico frutto innocente di una guerra fratricida.

Il film, intimamente femminile, riflette senz’altro sulla condizione di subalternità della donna nel mondo islamico rurale, ma il personaggio incarnato dalla Sahraoui è anche una donna che ripaga le acerbità di chi la circonda con la stessa moneta, una madre che non perdona al figlio la responsabilità (vera o presunta) nella morte del fratello, che nasconde il dolore e il lutto sotto inaspettati gesti di vanità femminile (il trucco, gli abiti colorati) e ha forse peccato nell’amare l’uno più dell’altro. Indurita come la terra seccata dalla siccità, può ridare speranza per una rinascita positiva solo rinnovandosi come madre, nutrendo il bambino con la stessa forza con cui ha fatto tornare la vita e i frutti nella campagna che circonda la casa: quel bambino che è l’unica speranza di un futuro migliore, mentre gli adulti sanno ancora parlare solo il linguaggio della violenza più cruda e ancestrale.

Voto:

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